Difendersi dalla propria mente

La nostra mente è il nostro più gran nemico fin quando con parole gentili e suadenti non la riconduciamo sotto il nostro controllo anche se qualche volta ha bisogno di una vera e propria strigliata fatta di disciplina ed impositività.

La modalità di dialogo più efficiente risiede in quanto abbiamo affinato una delle sue funzioni più importanti, Buddhi: l’intelletto inteso come l’abilità che ha la possibilità di lavorare, se ben allenata, alle più alte frequenze.

Il metodo attraverso il quale è possibile renderla sempre più abile è la meditazione, quel momento in cui si ricerca una minore reattività della mente che permette a Buddhi di rallentare l’incessante invadenza che nei suoi confronti operano i sensi con le loro detrazioni dalla realtà e, in senso più amplio, degli impulsi provenienti dall’intero campo mentale con i propri ragionamenti.

Quando Buddhi è meno impegnato dagli impulsi del mondo esterno ha più possibilità di affinare la sua visione nel riconoscere la nostra vera natura diventando sempre più bravo a scandagliarne i fondali più nascosti.

L’affinamento di questa funzione permette sempre di più di non reagire alla vita ma bensì di viverla secondo il nostro pieno potenziale.

Ogni qualvolta una Buddhi non allenata e sempre indaffarata si imbatte in un ostacolo della nostra vita reale, creerà un ragionamento illusorio che poco ha a che vedere con la sua migliore risoluzione, predisponendoci di fatto a non avere come ritorno una azione efficiente che ci permetta di accumulare esperienza di un contesto sempre più favorevole.

Al contrario, una Buddhi super affinata permetterà al sadhaka di compiere sempre un’opera efficiente di coerenza a quella che è l’aderenza ai propri valori ed alla più profonda natura del proprio essere performando azioni utili a creare un contesto favorevole al successo.

Mano a mano che questo allenamento è operato dallo studente, in maniera costante, sarà sempre più in grado di comprendere l’illusione che risiede nell’errata consapevolezza che la realtà sia prodotta dallo schiacciamento dell’osservatore sul contesto su cui dispone il suo sguardo. La capacità di discernere questa unione aumenta l’abilità dello yogi nel condurre le sue azioni dirette verso l’obiettivo specifico che si prefigge, aumentandone l’efficienza e l’efficacia.

A supporto della ricerca di tale rimodulazione della mente in una sua versione più produttiva, la disciplina propone cinque allenamenti accessori, quattro dei quali, disposti a pieno supporto del primo che li contiene tutti, Ahimsa o dismissione della conflittualità.

Quando lo studente avrà cominciato a percorrere tale strada, gli scalare della parola Ahimsa lo aiuteranno a porre ancor di più sotto il proprio controllo tutte le operazioni della mente conferendogli tutti gli strumenti necessari per instaurare con essa un dialogo amichevole e asservente al proprio scopo.

Gli yama, se ben praticati, sono di fatto i controllori della nostra rettitudine facendo esercitare la nostra mente a connettere il proprio pensiero, al proprio parlato al fine di rendere la nostra azione aderente (satya) ed onesta verso i nostri più profondi valori (Asteya), affinchè sia possibile lasciar camminare la nostra conoscenza dal nostro interno verso ciò che ci circonda (Brahmacharya) in completo non attaccamento verso ciò che possano essere i nostri desideri indotti dai beni del mondo.