Guru la parola bistrattata

Appena nominiamo la semplice parola la nostra diffidenza sale a livelli indecorosi, ormai descritta ed associata solo in accezioni negative. La parola Guru nel mondo occidentale fa presentire visioni settarie dove questo oscuro personaggio non fa altro che irretire le menti dei propri adepti.

Con questo articolo ne tenteremo l’arduo recupero.

Come ogni nostra ricerca che si accinge ad andare nel profondo, cerchiamo di non lasciare al suono della parola la possibilità di evocare in noi pensieri aggregati e ci muoviamo alla scoperta del suo significato.

La parola Guru affonda il suo significato da due radici: Gu che significa “oscurità” e Ru che significa “svanire”.

Guru è colui che traghetta il discepolo, che ha scelto la disciplina, da una zona di mancata conoscenza sino ad una zona di aumentata consapevolezza.

Tutto lo Yoga è permeato della ricerca con cui il praticante cerca in tutti modi di portarsi dallo stato di Avidya allo stato di Vidya. Rileggendo questi due termini è facile poterli accumunare al nostro termine “Vedere” ed è proprio di ciò che si costituisce il percorso che utilizza il mezzo dell’osservazione e dell’auto-osservazione come principale.

Abbiamo già spiegato come il termine Shradda (contenere la verità) descriva lo stato dell’uomo.

Una persona contiene già in sé tutta la verità di cui avrebbe bisogno e alla quale dovrebbe anelare; si ritrova però solo nella sua pratica di discesa in sé stesso ad incontrare notevoli barriere che gli precludono la visione.

Le barriere costituite da Maya, il mondo illusorio, fatto di tutti quei condizionamenti ai quali siamo sottoposti sin dalla prima infanzia, ci precludono – come lenti colorate di un occhiale – di accedere alla nostra vera natura.

In questo momento la figura di un qualcuno che sia riuscito a squarciare il velo di maya andandogli oltre, intraprende il suo vero ruolo di Guru, di conoscitore dell’animo umano e delle sue istanze nonché delle tecniche o filosofie necessarie al superamento degli ostacoli che intercorrono nel cammino.

Essendo già contenitori di tutto il sapere, siamo sempre capaci di riconoscere una persona che dice il vero.

È quella sensazione che ci pervade ogni qual volta avvertiamo una passione travolgente da parte di colui che, tramite opera di testimonianza, ci dice o spiega qualcosa.

Nella maniera comune si dice infatti che quella persona, che abbiamo ascoltato con tanto ardore o in particolare le cose da lui dette, ci abbia illuminato, ci abbia fatto accendere la lampadina, che quella cosa sia stata proprio illuminante.

Se ci ragioniamo un po’ è proprio quella l’accezione che dimora nella parola Guru.

Una persona che abbia rivolto la sua vita all’insegnamento apportando alla materia una densità maggiore e che abbia automaticamente svolto un ruolo di magnetica aggregazione prende il nome di Guru Deva.

Deva lo potremmo semplicisticamente tradurre come divinità ma in verità è colui che essendosi reso disponibile ad essere maggior veicolo della coscienza universale, abbia svolto nel mondo un ruolo importante nel cambio strutturale dei valori dell’universo circostante prendendo i connotati di quello che nella religione cristiana ha il nome di santo.

Il primo Guru in ordine gerarchico è proprio la coscienza universale che si ritrova nella definizione di Guru Parimpara.

Si dice che non si possa essere definiti insegnanti se non si sia allenata, attraverso la meditazione, con l’immobilità ed il silenzio, la connessione al Guru Parimpara.

Una connessione che è generata dalla forza di attrazione del nostro aumentato vuoto.

E’ solo quando si è vuoti che qualcosa può esservi riversato all’interno e, quindi, tracimare all’esterno come insegnamento: una caraffa che riempie di acqua un vaso.

Sembrano concetti difficili da capire ma hanno a che vedere con il sapere popolare in cui si invita la persona a pensare prima di parlare, anzi a pensarci dieci volte prima di parlare.

Nella disciplina dello Yoga la differenza risiede nel fatto che non è richiesto al nostro intelletto di pensare, bensì attraverso la ricerca del silenzio interiore, avendo il pieno controllo delle operazioni della nostra mente, lasciar aggregare l’insegnamento che si vuole conferire in maniera calma e placida e quando se ne avvertisse la completezza rilasciarlo nel mondo con la sua piena potenza.

In un mondo accademico dove la necessità di nozionistica è sempre più arrembante bisognerebbe, per essere buoni Guru, lasciare il posto a maggior silenzio e a meno parole.

È da tenere saldamente a mente che gli insegnamenti sono, per la maggior parte, realtà faticose da digerire perché provenienti da una consapevolezza differente. Quindi non sentitevi mai in imbarazzo a dimostrare il vostro stato d’animo o il vostro dubbio perché sono proprio questi gli stati con cui un insegnante può traghettarvi dall’ignoranza su un dato argomento, verso una consapevolezza piena di soddisfazione.

Ricordate che è la maggior parte degli insegnamenti che vi risulteranno duri sono per creare esperienza e non conoscenza in maniera nozionistica.

Nella nostra accademia più che ergerci a Guru della disciplina, ci piace utilizzare un termine mediato dal lineaggio himalayano: Kalyana Mittra.

Essere Kalyana Mittra significa accettare la responsabilità di colui che attiene con tutte le sue energie alla crescita personale dell’altro erogando, senza riserva alcuna, la disciplina affinché ci sia nel mutuo scambio una crescita generale di tutta la comunità.