Il silenzio la strada maestra

L’elemento trasversale che accomuna tutte le tradizioni spirituali è il silenzio, mezzo con il quale si ricerca il controllo dei sensi e si esercita la disciplina.

Pensate ai mille luoghi comuni e ai motti che ne utilizzano la parola per poterne descrivere benefici ed indirizzi: silenziare la mente, il silenzio è d’oro, vorrei un solo momento di silenzio, la verità è nel silenzio; e pur avendone letto e sentito spesso parlare, è già difficile che ci siamo soffermati a pensarci su, figuriamoci praticarlo.

I silenzi sono per lo più visti dalla nostra società come momenti da colmare con qualcosa, perché ci lasciano nell’imbarazzo di dover pensare, e ciò è vero sia per chi li produce sia per chi li ascolta. Sempre più abituati ad una comunicazione istantanea, abbiamo dimenticato il potere unificatore di questo prezioso strumento.

Sarebbe utile pensare a tutti i momenti in cui si percepisce enfasi e meraviglia per potersi incuriosire sulla materia: la maggior parte di essi aveva beneficiato di una profonda assenza della parola e del pensato a favore di una semplice e silente osservazione.

Il silenzio è il mezzo attraverso il quale si esprime il non giudizio e che trasforma in estasi ciò che si osserva; è ciò che unisce l’osservatore all’oggetto osservato permettendoci di giungere alla sintetizzazione di ciò che si guarda intraprendendo la via interiore attraverso la quale la realtà si fonde nel profondo con noi stessi.

È la via maestra per entrare all’interno di noi e l’allenamento attraverso il quale ci si accorge di cosa siamo capaci di riflettere nel mondo; è l’affilatore del nostro intelletto che sempre di più si predispone a riconoscere i meccanismi interni con i quali siamo soliti percepire il contesto, regalandoci una versione più fedele ed autentica di ciò che siamo, di ciò di cui siamo circondati ed in cui siamo immersi.

È uno strumento rivoluzionario, non facile da utilizzare per malsana abitudine e che all’inizio è provante per qualsiasi praticante che si introduca alla sua pratica, ma si può affermare tranquillamente che questa tecnica è quella che restituisce di più in clima di serenità.

C’è un esatto momento nel quale il silenzio fluisce libero nel praticante e che lo conduce a risiedere in un luogo di assoluta beatitudine e pacificazione della mente.

Quello è il luogo dove in ogni religione o pratica spirituale si è più vicini al concetto di Dio, quel luogo dove l’uomo in semplice osservazione gode pienamente nel non agire, nel non proferire, nel non giudicare relegando la sua attività in un piano di grata testimonianza.

C’è un triangolo fatto di silenzio, immobilità e convergenza del pensiero verso un unico punto (in sanscrito Ekagrata), un triangolo al cui centro si trova il punto di contatto più bello dell’ intera disciplina dello Yoga.

Un sistema che si auto alimenta in un circolo virtuoso, che funziona da qualsiasi lato, nel quale ci si introduce e dove l’immobilità si prende cura del silenzio ed il silenzio crea la strada per la convergenza del pensiero, e viceversa.

Quel punto che ha il sentore di un luogo caldo, ovattato, comodo; quel luogo completamente silenzioso dove poter prendersi cura di sé nella maniera migliore che abbiate mai provato; quel luogo beato dell’anima e del corpo dove poter essere completamente sereni.