Indaffarati nella gioia

Siamo soliti rompervi le scatole su quanto lo Yoga sia una disciplina, ordinata e metodica che implica una grande attenzione ed un grande studio. Vero. Il fine dello Yoga come molte volte abbiamo ripetuto è il Samadhi, il supremo stato della mente in cui la coscienza del praticante si unisce alla coscienza del tutto. Vero.

Ma per tutti i comuni mortali che praticano con la voglia intanto di derivarne benessere quale può esserne il fine prima di raggiungere elevati stati di consapevolezza?

Vi dirò la mia, vi dirò a cosa aspiro nello Yoga e cosa mi vedo restituito dalla pratica.

Allegria. Come scrissi in una lettera a mia figlia, la felicità è un’aspirazione troppo concettuale e se tendiamo verso essa rischiamo di non avvertirla mai; la felicità è un qualcosa che può essere percepita in momenti singoli e nominata solo a ritroso.

L’allegria è meno invadente, meno voluttuosa, meno intensa ma di sicuro più gratificante.

È un qualcosa che possiamo scegliere ogni giorno e che può accompagnare l’intera vita, non rendendola straordinaria ma di sicuro estremamente piacevole.

Questo è l’approccio, la tecnica ed il fine che cerco di portare in ogni lezione: serio ma non troppo, faticoso ma sorridente, preciso ma gentile, impegnativo ma allegro.

Se allo Yoga dovesse essere riconosciuto il ruolo che gli spetta come alleviatore delle sofferenze del mondo dovrebbe farlo ad ondate di allegria.

In una pratica costante, dove si impara a danzare con lo sforzo, controllando il respiro e condizionando la mente affinché possa direzionarsi in quell’unico punto che noi decidiamo, stiamo creando le basi per poter riapprodare alla nostra vita in maniera tale che la sovra dose di stimoli non impatti dentro di noi in maniera reattiva.

Stiamo insegnando alla nostra mente a stare calma quando il contesto non lo è, stiamo insegnando al nostro corpo come essere stabile e fornire alla mente un buon back ground per operare in questa direzione.

Ci stiamo condizionando all’allegria perché se riusciamo a fregarcene di quando il corpo duole mantenendo un respiro calmo ed una mente placida e focalizzata su un unico obiettivo, noi, avremo di fatto scansato molte delle turbolenze che potrebbero non farci percepire quello splendido stato.

Molte volte, erroneamente, pensiamo che serietà ed allegria non possano coesistere.

Un retaggio che ci portiamo dal nostro forzato studio nozionistico. Ma, se davvero lo Yoga sarà in grado di farvi innamorare di voi stessi, allora vedrete che tramite Satya, la connessione mente-parlato-azione, sarà possibile in una maniera che avete scordato fosse possibile.

La capacità di ricordare seriamente dipende proprio dalla capacità con cui avete o state allenando l’allegria.

Ogni volta che decidete di permettervene un po’, coltivandola in voi, renderà la vostra mente più geometricamente ordinata e recettiva, più disposta all’apprendimento.

Ricordatevi che quando vi parlo di scelta, il motivo può essere ritrovato all’interno della pratica. Mano a mano che coltiviamo un atteggiamento leggero nelle ore di pratica, andremo a lavorare su tutti i possibili disturbi che possiamo avere nella nostra mente – poco asserventi al godere – e rendere profittevole la nostra ora di lezione. Una pratica costante di questo genere, crea una mente Viveka: capace di decidere e discernere.

Viksepa ed Antaraya sono le due parole sanscrite che declinano tutti i possibili intoppi che un Sadhaka può trovare all’interno del suo studio meditativo; l’allegria li estingue e previene tutti.

E’ il più grande strumento che abbiamo per poter godere dell’obiettivo che ci vede impegnati nella ricerca di abilità nell’azione.

L’allegria è un ritorno alla semplicità; sono qui a Rishikesh, capitale mondiale dello Yoga e stamattina ci siamo immersi nell’Holi Festival, una delle feste più sentite per questo popolo.

Un livellatore sociale che agisce inondando le strade di persone, scevre da qualsiasi ruolo possano giocare nella società, completamente immerse in un turbinio di colori e suoni e frequentissimi gavettoni lanciati dai bimbi dai balconi.

Qui non tutti gli indiani praticano Yoga ma si respira ovunque e quello che restituisce è un clima stupendo nel quale immergersi, specialmente in queste giornate di festa, dove il sorriso ed il colore ed un sonoro “Happy Holi” inondano i borghi.

Per gente operosa ed indaffarata, anche e per lo più per un altissimo grado di povertà, una festa come questa è un ritorno al vivere senza pensieri.

Questo posto è magico perché si ha come la sensazione che millenni di meditazione abbiamo creato una bolla di buone vibrazioni che pervadono l’ambiente rendendolo salvifico ed ovattato. Oggi le migliaia di praticanti che si aggirano lungo le stradine e le migliaia di cittadini hanno conferito a questa bolla una sferzata di elettrizzante energia.

Mi auguro nel futuro che questo diventi sempre più ed in ogni dove il potere con cui si esprime la nostra disciplina, dissipando nebbie, smorzando paure, rendendo stabile corpo e mente, sotto la grande e svolazzante bandiera dell’allegria!