La filosofia Yoga come strumento nella realtà

Abituati sin da bambini ad uno studio nozionistico nel quale la componente principale sono le informazioni, quando ci approcciamo alla disciplina capita spessissimo, sia negli studenti che nei corsi di formazione, che nello studio dello Yoga si mantenga lo stesso approccio, questa di fatto è il più grande errore.

La filosofia dello Yoga è una filosofia pratica in ogni sua esposizione scritta ed orale e per quanto si serva dell’intelletto, per poter comunicare i suoi insegnamenti alle persone, fornisce sempre un sadhana (esercizio) per far sì che, quel dato processo della mente, sia predisposto ad essere compreso e accolto e che ci traghetti, grazie alla singolarità del compito assegnato, verso un aumentata percezione del benessere fisico e mentale.

Le normali obiezioni nascono quasi sempre da una inesistente pratica che consegna di fatto alla sola capacità ragionativa un potere reattivo nella risposta degno della mera colloquialità; è quindi nostro obbligo ribadire con forza che la comune dissertazione senza una costante pratica rimarrebbe semplice speculazione.

L’attenzione infatti vira, nella quasi totalità delle volte, dalla parola al processo.

Nello Yoga non è mai la comprensione della parola a creare il più grande beneficio ma il processo che si instaura per arrivarne alla comprensione ed al suo futuro utilizzo.

Vi faccio un esempio che ci riguarda da vicinissimo, uno dei significati della parola che rappresenta la nostra accademia, Turiya, è assenza di giudizio. Se ne andassimo a confutare il significato pensando di comprenderlo ci ritroveremmo nella subitanea obiezione nel non volerci assolutamente sentire deprivati da quella che è, di fatto, la funzione che ci permette di sopravvivere attraverso le nostre esperienze passate.

Ma il fine dello yoga è quello di consegnarvi l’azione inclusa nella parola ed i suoi benefici derivanti.

Quando si dice di praticare il non giudizio si parla di allenare la mente a prendere tempo nella sua esposizione più intensa, contrastando il pensiero alla base di quella azione che, in questo caso, è il giudizio.

In maniera ancora più semplice, allenare la mente in maniera continuativa nel creare uno shock all’intensità del primo pensiero attraverso la formulazione del suo opposto, lasciando che la mente non segua l’istinto primigenio ma prenda tempo.

In pratica è il vecchio consiglio di nonna e mamma “pensa prima di parlare” con in più la spiegazione su cosa sarebbe utile pensare prima di riniziare a tirar giù il mio giudizio.

Il beneficio di questa pratica risiede nel creare un momento di pausa all’interno della nostra mente deprivando di intensità il pensiero e vedendone corrisposta una azione maggiormente legata alla nostra vera natura anziché all’emotività sottostante.

La sezione di studio più importante in cui è necessario applicare tale modello di pensiero è costituita dagli Yama la cui traduzione semplicistica in Italiano permette di utilizzarli nel loro pieno potenziale.

Siamo abituati a regolamenti, a comandamenti e leggi che ci impongono un modus operandi e quando entriamo nello studio dello Yoga il nostro assetto mentale si rivolge a queste preziose parole con la stessa attitudine mistificandone il senso allenante profondo che le contraddistingue.

La comprensione degli Yama parte infatti da un allenamento che impone la pratica di sue parole: Vitarka e Pratipaksa.

Per Vitarka si intende tutta quella classificazione di pensieri che sottendono ad un atto violento verso la propria mente e l’altrui e per Pratipaksa la classificazione di quei pensieri che possono contrastarne la crescita all’interno della nostra mente.

Capite bene che è necessario e fondamentale, per un praticante, un istruttore ed un formatore essere prima instradati nei processi dettati dalla disciplina piuttosto che in una poco utile nozionistica delle parole che regolano l’allenamento verso una mente serena capace di produrre, tramite le sue azioni, piacevolezza.