La Mente, come renderla amica prima che essa diventi nemico

Abbiamo dato sempre per scontata la mente come fosse una componente facente parte di noi stessi, addirittura come se noi stessi fossimo la mente eppure ci bastano pochi piccoli spunti di riflessione per renderci conto in maniera palese della nostra quasi estraneità a questa strana e mutevole entità.

Nella maggior parte dei casi in cui la nostra capacità di discernimento è attiva rifuggiamo l’attività della mente decidendo di non seguirla nelle sue dissertazioni o su ciò che produrrebbe come veri e propri atti reali.

La nostra mente per il suo stile difensivo, sospettoso e sempre allerta produce una sequela pressoché infinita di atti tesi alla preservazione della specie rendendoci per lo più degli esseri primordiali pronti a difenderci e a dare soddisfazione ai nostri sensi ed ai desideri da essi creati e mediati. Per fortuna l’educazione, la cultura e il buon senso ci allenano tutta la vita, chi più chi meno, a tenerla sotto controllo per quanto possibile.

L’unico allenamento che le offriamo in maniera continuativa ed obbligatoria è quello reso dal nostro sistema scolastico nell’mplementare e sviluppare in maggior misura solo una delle sue capacità: la memoria. Memoria alla quale è lasciata la falsa speranza che possa, quasi in solitudine, sviluppare una capacità analitica e di apprendimento, cosa che la storia ci ha già riconsegnato come metodo fallace.

A mio modesto parere, derivante chiaramente dallo studio dello Yoga, sarebbe quanto mai necessario che ci si dedicasse in maniera maggiore allo studio delle abilità della mente nel pieno spettro delle sue enormi potenzialità. La mente dovrebbe essere trattata alla stregua di come siamo abituati, in occidente, a trattare il corpo e gli allenamenti ai quali lo sottoponiamo riconoscendone la valenza in termini di benessere.
Siamo ancora totalmente sguarniti nell’introdurre sin dalla tenere età una disciplina che ci faccia sviluppare un rapporto conoscitivo con lo strumento che ci accompagna con la sua voluttuosità per tutta la vita.

Lo studio dei meccanismi e delle attitudini della mente dovrebbe andare di pari passo se non essere preordinato al momento in cui richiediamo alla nostra mente di stoccare derrate e derrate di informazioni che tendono a saturare quei pochi canali che abbiamo casualmente preparato alla loro ricezione. Sino ad ora per avvicinarci ad un tema del genere si aspetta l’insorgenza della mancata capacità di controllo della mente, atteggiamento che alimenta esso stesso la continua ricerca nell’ambito clinico e non sulla forza e versatilità della mente quando ancora non affetta da deviazioni.

Sarebbe necessario introdurci al concetto di controllo per conoscenza dei processi mentali, uno dei fini e scopi dichiarati nel secondo sutra degli Yoga Sutra. Assegnare significato e metodo alla parola Chitta Nirodha risulterebbe il primo passo ed il primo
stimolo da consegnare ad ogni curioso che voglia affacciarsi o, se in presenza di un bambino, uno dei primi insegnamenti sull’osservazione dei propri processi mentali.

Uno dei pilastri della psicologia occidentale recita in maniera comune che riconoscere un problema è già porsi nel giusto percorso alla sua risoluzione. Sapere che, per avere il controllo per conoscenza dei propri processi, degli stati d’animo e delle possibili criticità, si ha necessità di sviluppare una autosservazione costante, implicherebbe anche per un soggetto semplice come un bambino la possibilità di instradarsi in un virtuoso cammino. Per fare ciò dovrebbe essere spiegato come il nostro rapporto con la mente necessiterebbe di essere tutto meno che scontato. Come in una conoscenza bisognerebbe, per definirla amicizia, poter investire del tempo nella cura della relazione affinché ci venga restituita una fiducia che ne riconduca l’operato ad un nostro volere.

Una delle prime capacità che si richiedono a coloro che sono introdotti in meditazione è l’abilità di riconoscere i flussi separati delle narici. In questo tipo di esercizio si palesa subito al praticante la possibilità istantanea di ricondurre al proprio volere questa particolare attività e capacità di attenzione, rendendosi subito conto anche dell’impossibilità di forzarne la sensazione tramiti processi meccanici.

Per riuscire a padroneggiare tale condizione è necessario che il praticante instauri un rapporto paziente ed amichevole con la propria mente che libera in maniera diffidente e graduale la capacità di donare attenzione ad un ambiente così mirato.
Si inizia a percepire come, un dialogo gentile nei confronti della mente, ci faccia rispondere altrettanto gentilmente dalla stessa, che in un rapporto di mutuo scambio si predispone a servizio rendendosi disponibile. Questa è solo una delle capacità restituite della mente se ci applichiamo a coltivarne un campo piacevole.

In uno studio ordinato, mantenendo sempre vigile una autosservazione che, se allenata, diventerà sempre più brava a riconoscerne le sottigliezze e sfumature, si coglie l’opportunità di un ampliamento gigantesco delle nostre abilità legate alla concentrazione, alla chiarezza, alla deduzione di un giusto assetto valoriale ed al benessere vissuto nella forma più pura e profonda della parola. Allenarsi a conoscere ed instaurare un sano rapporto di amicizia con la nostra mente ci allontana dalla possibilità di sviluppare nel futuro un rapporto conflittuale con essa; riconoscerne i moti, le motrici, gli impeti, significa di fatto schermarci da tutta quella serie di brutte sorprese che molti di noi conoscono e ne hanno fatto spiacevole esperienza.
Quindi a margine di questo dire, cerchiamo di cogliere il consiglio, impariamo a rendere la mente un luogo conosciuto, familiare ed amichevole in maniera da non incappare nelle sue zone di ombra e di riottosità che ce la potrebbero far apparire come oscuro nemico.

Se ne abbiamo la possibilità, studiamo Yoga, la più grande scienza sulla mente Vikshiptam, quella mente capace di concentrazione ma che ancora è disponibile alla distrazione, quella che viene per lo più chiamata una mente “normale”.