L’irrefrenabile voglia di agire

Per quanto possiamo essere instradati verso una disciplina, noi piccoli uomini occidentali siamo attanagliati dalla malsana abitudine all’azione come ente risolutore di qualsiasi cosa ci si pari di fronte in termini di problema o evento in genere.

Tutta la nostra cultura viene permeata dall’insegnamento che, in caso ci trovassimo nel dubbio, la strategia migliore è quella di non rimanere immobili eppure ho il certo dubbio che non risulti sempre la più efficace.

Tre sere fa stavo leggendo un libro meraviglioso che parla della gioventù di Swami Rama e un passaggio ha lasciato un forte marchio in me: “cambiare il mondo dall’interno di una caverna dell’Himalaya”.

È un concetto che trova in me un capiente luogo dove sedimentarsi in quanto nell’ultimo anno di pratica si è palesato in maniera prepotente tanto da risultare la metodica con cui mi riaffaccio al mondo delle azioni.

Molte volte lasciamo che la frenesia ci governi producendo una sequela di azioni che prendono spunto da una grande identificazione nei nostri pensieri e facendoci correre in tondo senza una meta prestabilita pur avendo la netta sensazione di produrre qualcosa che via via si rende però sempre più effimero e sfuggevole.

Abituati da un sistema che vuole e deve farci produrre e che ci lega ed incatena ad esso con una sequenza di numeri che consegnano la netta imposizione di definirti come uomo.

Eppure la sensazione sempre più netta che sto apprezzando è quella di dover creare spazio, lasciare che il vuoto creato dalla mia mente all’interno della mia mente, sviluppi la necessaria attrattività.

E’ come se qualcosa ti avesse sempre atteso lì in alto aspettando paziente che il vuoto lo attraesse qui verso quello che amiamo definire realtà.

Rendersi capienti, capacitivi, capaci di contenere un’istanza necessaria, metterla a servizio con amore e voglia di condivisione affinché crei essa stessa altro spazio fin quando non ricopra il ruolo di necessità storica di una coscienza universale più estesa.

È una strana sensazione in verità per me, piccolo uomo europeo che tenta di affidare se stesso allo Yoga in maniera piena e fiduciosa ma che si trova a scardinare uno schema mentale vecchio di generazioni.

Ma è così che lo Yoga restituisce a chi si affida, ed io mi sono affidato al percorso della ricerca dell’immobilità, cosa che da bravo ex ragazzetto agitatello mai avrei pensato nella mia vita e la disciplina ha risposto come solo lei sa fare: facendomi scorgere un tassello di una consapevolezza maggiore.

Ora che ne ho provato un’infinitesimale parte riesco a percepire il ruolo che vorrei giocassero in me silenzio ed immobilità, ora intuisco la frase del Maestro.

Troppo spesso ci affidiamo alle azioni, che sebbene non dovrebbero mai essere disdegnate, al contempo dovrebbero risultare frutto di una chiarezza mentale conclamata che produca un’alta capacità di discernimento e che le metta in automatico a servizio di un progetto ben calibrato secondo un aumentato benessere comunitario.

Per noi occidentali andare a sbattere con un concetto Advaita, non diviso, unitario, è sempre una cosa molto difficile, noi che siamo immersi nel giudizio e nell’azione che porta in seno una visione prettamente duale della vita, ci lascia sempre un po’ attoniti e smarriti.

Per poter percepire come la non azione porti alle migliori e più performanti azioni, abbiamo bisogno di un indomito coraggio che ci faccia prendere fiducia del concetto per poi saperlo riprodurre.

È questo che la teoria del karma ci sussurra nell’orecchio per liberarci dalle catene che ci costringono in box predefiniti e nei quali ci sentiamo stretti e costretti.

Io vi dico per esperienza personale che affacciarsi a coltivare l’immobilità ed il silenzio è il più grande dei regali che possiate farvi ed ancor più lo è se avete attivato un processo di pulizia della vostra mete da tutti quei costrutti e quelle abitudini che vi danno malessere.

In ciò si gioca la differenza qualitativa delle azioni prodotte, le prime che si plasmano su pensieri della mente rincorse da un’emotività mutevole, le seconde chiare, veloci ed efficaci che si fanno carico della risoluzione di problematiche di una coscienza globale che è disposta tramite esse a manifestarsi nel mondo reale.

Ed è così un po’ più libero, più fiducioso, non ancora totalmente affidato che mi accingo a scrivere, condividere, progettare e realizzare in un turbinio irrefrenabile di voglia di agire che questa volta so che mi porterà a realizzare ciò che la mia vera natura impone: diffondere, incuriosire e silenziosamente urlare Yoga in ogni dove ad ogni dì.

Ed è così che agirò nella piccola caverna di Frosinone che non è proprio come l’Himalaya ma fornisce il buon rifugio della piccola cittadina italiana e con un buon affaccio verso le città e magari il mondo.

Cercherò di muovermi vigoroso nel silenzio cercando di creare in me uno spazio talmente tanto grande da poter attrarre verso lo Yoga il più grande numero di persone, perché se c’è una speranza di invertire la tendenza e apprezzare di nuovo la fiducia, quella ha il sapore della più antica e bella disciplina della storia.