Meditazione: un iter corretto

Moltissime volte nelle mie lezioni mi ritrovo a spiegare quale dovrebbe essere l’approccio più corretto all’elemento maggiormente richiesto della disciplina dello Yoga, la meditazione, dopo la risoluzione dei dolori di schiena.

In fondo una mente stressata ed una postura scorretta sono i crucci del vivere, soprattutto lavorativo, occidentale.

Posto il fatto che sia necessario un atto preparatorio fisico che studi ed alleni l’immobilità, requisito necessario alla sua pratica, il principio iniziale è di sicuro la concentrazione, connotato non così scontato per una mente che conduce la maggior parte del suo tempo in una rincorsa frenetica in reattività agli stimoli erogati dal mondo circostante.

Tutti gli sport conosciuti in occidente portano il corpo ad una prestanza che potrebbe bene asservire alla materia, se coltivata nella giusta maniera; pochi di loro coltivano l’isometria come metodica nel tenere le fluttuazioni del corpo sotto controllo ed ancor meno si curano di un assetto corretto della colonna in movimento e ancor più nella statica in posizione seduta, postura necessaria ad un corretto instradamento nella pratica.

E’ quindi obbligo di colui che voglia iniziare a poter pensare di meditare curare in prima istanza una seduta comoda e confortevole affinché possa essere ricondotta ad una immobilità pressoché assoluta. In questo periodo si inizia a porre l’attenzione sull’atto di convergenza dei propri pensieri verso lo strumento che meglio si plasma ad asservire a questo arduo compito: il respiro.

Lo si fa imparando a posizionarlo e a sentirlo in un dato luogo in maniera da prenderne consapevolezza il più possibile in ogni sfaccettatura posizionale, temporale e sensoriale che esprime.

Una pratica costante in questa direzione è ancora alla base di quel processo che avverrà in maniera totalmente naturale esperienziando tutti i vari stadi che vengono proposti dal maestro al praticante.

È importante essere condotti, non in un processo immaginativo bensì in un vero e proprio protocollo che mostra, volta per volta, al praticante le varie ambientazioni.

Un processo che affina l’intelletto sempre di più portandolo ad avere il dominio di ogni luogo nel quale andiamo ad operare con la nostra concentrazione.

In questo studio cominceremo da subito a notare come all’aumento della capacità di concentrazione corrispondano: maggiorata immobilità del corpo senza sforzo ed un assottigliamento del proprio respiro; entrambi sintomi di un percorso che segue un giusto andamento didattico.

Impegnati e totalmente assorbiti nell’allenamento, non si dovrà mai giudicare il proprio operato in corsa per non incorrere in ritorni emozionali che nulla hanno a che vedere con il controllo per conoscenza della propria mente.

Il processo deve essere visto come un accumulo che porta il diligente praticante ad essere sempre meno disturbato dagli input esterni ed interni che deviano la propria concentrazione.

Il periodo che vi sto descrivendo è quello dove sarebbe più utile introdurre la parte filosofica che spiega nei dettagli ostacoli, facilitazioni e metodiche con le quali portarsi alla scoperta e all’esercizio della pratica di concentrazione.

Una pratica progressiva del protocollo, che induce ad una crescita temporale dell’esposizione nella pratica giornaliera, è quella che ci darà la possibilità, senza sforzo alcuno, di ritrovarci in meditazione, quell’atto della mente che ha dismesso l’atto volitivo in favore dell’osservazione.

Una continua e costante pratica meditativa inverte la sequenza temporale con cui ci si avverte in un determinato stato e sarà sempre meno necessaria una lunga esposizione temporale.

Questo è il motivo che mi conduce nettamente ad affermare che, per quanto sia meglio di niente – e noi siamo la società del meglio di niente – fare meditazione dieci minuti al giorno non vi porterà ad un granché se non per i primi tempi; poi come in una dieta che non tiene da conto l’assetto psicologico del paziente, si ritornerà indietro verso il malsano e abitudinario stress.

Quindi, se voleste utilizzare il mezzo più bello della disciplina, dovete onestamente sapere, prima di riceverne l’immenso beneficio, che un po’ di “fatica” bisogna pur farla!