Per il Chakra c’è tempo

Fluttuazioni, Flussi e Campi. Il mondo dello Yoga occidentale ed anche orientale parla sempre più attraverso parole come Chakra, Nadi e Kundalini alla ricerca di uno sprazzo di energia che possa renderci automaticamente più vivi e più liberi, meno incatenati ad un sistema che sembra aver già deciso per noi. Tutta la disciplina è invasa da una terminologia sempre più tecnica o sempre più estatica ed energetica; le tendenze cavalcate due: fitness o settaria.​

L’ignoranza e la speranza di una pronta risoluzione stanno facendo sì che anche una disciplina così strutturata come lo Yoga si renda artefice di un messaggio che risponde a questa frenetica ricerca.

Uno studio più accurato e meno commerciale pretende un ritorno ad un percorso più misurato, meno impaziente in cui i tempi vengono rispettati assecondando la capacità di apprendimento degli allievi non relegandoci ad un’opera di semplice erogazione di una lezione.

Il grande e reale potere dello Yoga risiede nella ricerca di acquisizioni di abilità tra corpo e mente e va da sé che i tempi con cui si riescono ad apprendere abilità sono necessariamente legati a due fattori cardine: ripetizione e costanza.

Questo è quanto mai vero per i primi anni di ricerca in cui si opera un radicamento ed una stabilizzazione degli aspetti grossolani del sistema, figuriamoci se si vanno a toccare temi che in gergo vengono dichiarati come aspetti sottili.

La sola idea di poter consegnare il concetto di Chakra ad una persona che non sia fortemente instradato nella disciplina la trovo una cosa al limite della disonestà.

È così che quel povero mondo che vive nella sofferenza viene lentamente irretito da una speranza energetica che possa risolvere il loro dramma ritrovandosi autoghettizzato in un ambito settario sociale e mentale dal quale è difficile portarsi fuori se non dopo l’avvenuta, normale, delusione.

L’errore, a mio modestissimo parere, risiede anche nei miei colleghi che cresciuti professionalmente sotto la rappresentazione, la storicizzazione e la collocazione della parte sottile della materia, ricercano in maniera automaticamente forzosa questi concetti all’interno di sé e dell’insegnamento.

Lo Yoga, ricordo, è la disciplina pragmatica per eccellenza, nata in contrapposizione alla scienza erudita che si reputava lasciasse una scarsa conoscenza esperienziale sul ricercatore ed è da questo assunto da cui si deve ripartire!

Se vogliamo seguire le orme dei primi uomini che descrissero il sistema dobbiamo dapprima specializzare il nostro corpo in un’ottica osservazionale ottenendo uno sguardo abile a saper riconoscere tutti gli stimoli esterni ed interni.

Abbiamo necessità di dover imparare a veicolare la nostra attenzione fin quando, lasciandola risiedere stabilmente in un ambiente, non passi ad essere una meticolosa osservazione dello stesso, carpendone i dettagli anche più piccoli.

Solo allora, dopo aver conosciuto e fatto esperienza di tutti gli strumenti che la disciplina pone a servizio, si potrebbero fornire i mezzi al praticante per poter percepire qualcosa di più fine.

È quello l’esatto momento in cui un serio insegnante può cominciare a dettare le basi della ricerca più avanzata, creando le basi teoriche e pratiche per poter cominciare a raccogliere esperienze più effimere e sfuggevoli.

Quindi, prima ancora di parlare di chakra e nadi, kundalini e prana, bisognerebbe parlare di Vritti, di Sukshma e Bhumi e di Nirodha che sono le basi per poter cominciare a prendere confidenza con i sentori più energetici della disciplina.

Se non si hanno ben chiari i concetti di fluttuazione, di sottigliezza e di campo, di controllo per conoscenza, la sensazione sarà solo suggestione derivante da un profondo atto immaginativo che si schiaccia su un concetto letto e non esperienziato, su un’immaginetta o un suono che prendono significato solo dall’autoconvincimento.

Per poter solo avvertire un punto “interessante” sul nostro corpo è doveroso saper controllare, grazie alla loro conoscenza, le fluttuazioni della mente per poterle far convergere in una sottilissima e puntuale attenzione in un luogo dove, una volta individuato, dobbiamo poter risiedere comodamente affinché lo sguardo, tramite esso, possa essere sempre più rivolto all’interno.

E’ necessario che si sia padroneggiato il silenzio per scorgere un suono e che la mente sia priva pressoché di distrazioni per poter scorgere una forma.

Questo mi sembra un imperativo categorico per poter derivare gli enormi benefici che la disciplina ci riserva nella loro interezza perché, se non vogliamo fermarci a quanto le posizioni forniscano un ottimo decarico della catena cinetica posteriore eliminando il fastidioso mal di schiena, essa ci riserva un percorso di profondo cambiamento verso una piacevole versione di noi stessi.

Vi prego quindi di diffidare da aperture di Chakra estemporanee perché potremmo scoprire che si chiudono all’esterno, in verità. Diffidate di chi promette luminosi risvegli del magico serpente e di chi vi fa tirare sospironi liberatori spacciandolo per Prana.

Applicatevi, tanto; scevri dal misticismo fin quando pienamente abili sarete in grado di avvertire qualcosa dopo di che diffidate di voi stessi e tornate a praticare fin quando nella completa immobilità e silenzio acquisiti non potrete che essere soltanto, semplicemente essere.