Pranayama oltre il respiro

Uno degli argomenti più importanti dello Yoga è il Pranayama tradotto, nella sua versione più semplicistica ed aderente, in “estensione della dimensione dell’energia” il cui strumento iniziale per la sua veicolazione è costituito dal respiro.

Una delle definizioni che vede il concetto andare più in profondità è Pranayama Kumbhaka, indicizzando la sua risoluzione nel concetto di sospensione del respiro.

I sutra principali che si occupano del Pranayama sono dal quarantanovesimo al cinquatunesimo del secondo capitolo degli Yoga Sutra ed il loro studio sarebbe quanto mai auspicabile per riuscire a capirne il senso.

Come al solito, nel nostro mondo occidentale costantemente alla ricerca di una specializzazione tecnica, si conferisce maggior valore alle tecniche che al concetto. Sarebbe fondamentale, invece, prima capire quale sia il senso profondo di ciò che si vuole davvero porre sotto la nostra attenzione nello studio della materia.

Innanzitutto la sezione del pranayama viene posta subito dopo la spiegazione delle asana perchè è impossibile riuscire a comprenderla se non si è posto sotto il proprio dominio il precedente ambito.

All’inizio del percorso la mente, che non è ancora allenata a reagire agli stimoli fisici con placidità, si ritrova troppo impegnata nella gestione della fatica per poter prestare attenzione ad un’altra ambientazione dovendo avere il suo focus principale sulla ricerca di una comoda stabilità.

Essere stabili in un posizionamento, sia esso fisico o meditativo, impone un arduo allenamento oltre che del corpo anche della mente che è diretta a sfaldare tutte le reattività derivanti dagli input del posizionamento; è quindi quanto mai poco saggio introdurre una qualsivoglia attenzione al respiro o, addirittura, una tecnica per aumentarne la consapevolezza senza aver ottenuto una padronanza importante del corpo.

Il respiro, che continua ad essere l’unica funzione del corpo contemporaneamente volontaria ed involontaria, deve essere allenato da una base didattica che impone l’utilizzo di nessuna tecnica specifica e che introduce la sua osservazione con una parsimonia degna di una ripetizione costante diretta a ridurne frequenza e sonorità, cosa che con una costante pratica di asana avviene in maniera spontanea.

Solo quando è visibile all’insegnante la completa immobilità e un allineamento corretto, mantenuto senza sforzo, allora sarà possibile introdurre tecniche che, proprio come le posizioni con il corpo, ne aumentano la consapevolezza tramite un ambiente di osservazione sempre nuovo.

Insegnare, sotto dettame teorico, tecniche e ritenzione del respiro solo per il vezzo di poter asserire che il respiro è elemento focale, sarebbe un grandissimo errore in quanto soprattutto kumbakha è un fortificatore del campo mentale nel momento in cui lo si opera e se non si è in possesso di una mente placida rafforzerebbe pensieri che sono da ostacolo alla nostra ricerca.

Questo è il tipo di responsabilità che dobbiamo tenere a mente in tutti i livelli di erogazione dello yoga.

Il processo attraverso il quale ci avviciniamo al pranayama deve essere condotto ponendo la propria attenzione allenante in una prima fase sul controllo della sonorità del respiro e della riduzione dell’esperienza tattile derivante, poi l’attenzione dovrebbe essere spostata sull’analisi della pausa all’interno dei respiri stessi con l’auspicabile sua riduzione in termini temporali.

Solo dopo aver esperienziato in maniera notevole questi concetti si potrebbe cominciare ad attraversare l’idea di poter introdurre le tecniche della tradizione che ormai spopolano nel normale insegnamento.

Questa è la strada che porterebbe a comprendere l’esigenza e la finalità di questo studio in maniera sana, completa e soddisfacente introducendosi nei motivi, nelle modalità e nei luoghi dove si andrà a sospendere la respirazione percependo, finalmente, il motivo per cui il nostro respiro è tenuto così fortemente da conto e perché filosoficamente si dica possa bloccare il tempo e la morte.