Senza yama solo psicosi

Circa una decina di giorni fa, su un noto giornale, leggevo una critica di uno psicologo al mondo meditativo che, secondo il suo ignorante parere in materia, avrebbe portato un praticante psicotico ad accentuare i suoi già gravi problemi rigettando nel mondo aumentati atti immorali.

Mi viene facile dare un giudizio così importante in quanto il professionista ignorava totalmente una delle camere preordinate della disciplina dello yoga che prende il nome di Yama.

Studio che attiene a tutti quegli indirizzi che portano il praticante allo sviluppo di una consapevolezza maggiore della propria sanità mentale nonché e soprattutto della propria base di valori su cui fonda la propria vita.

Lo stesso studio che porterebbe la persona a ritrovarsi ad avere tutti i mezzi necessari, qualora riscontrasse una deviazione, ad accorgersi delle deviazioni e a rivolgersi a degno professionista.

In caso di una tendenza all’essere empio, a coltivare in sé tutti quei processi che lo aiuterebbero a condurre una vita all’insegna di una ricerca morale che possa cambiarne i patterns.

In questo articolo volevo darvi i primi cenni sullo Yama iniziandone a capire le parole.

Questa parte dello Yoga ha bisogno di un severo impegno da parte del Sadhaka che ha il dovere di lasciarsi affiancare da questa particolare sotto-disciplina in tutta la sua vita.

Il livello di consapevolezza delle parole spiegate cambierà a seconda del livello del praticante che riuscirà sempre di più a connettere i concetti nella propria quotidianità.

Ahimsa: la non violenza, è il primo, e come spesso capita nello yoga è quel concetto che se sviscerato riesce a contenere i seguenti.

Quando una persona, dismesso il conflitto interno, si ritrova completamente immersa nella pratica della non violenza c’è una costante trasmissione della stessa verso l’esterno e gli altri.

La migliore definizione che abbia mai trovato è “Sarvatham sarvada sarvabutanam anabhidroa” che in sanscrito significa “in ogni possibile maniera, senza eccezioni di tempo, verso tutti gli esseri viventi, causare dolore”.

Il controllo dato dalla consapevolezza di questo ambiente, implica un cambiamento profondo, ci sono uomini, pensatori, meditatori che hanno risolto il proprio yoga solo con una pratica in tale direzione.

Satya: l’armonia tra il pensiero e parlato.

Quando nella costante applicazione di questo concetto il praticante si ritrovi ad agire lo farà in perfetta aderenza dei propri valori, la veridicità nella sua forma più essenziale sarà allora manifesta.

Satya nella pratica ha la necessarietà di essere rigettata nel mondo con un canone ben preciso: la piacevolezza.

Lo strumento che andiamo ad utilizzare sempre più è la meditazione che è capace di restituire una mente chiara ed aderente ai nostri più intimi valori, scevra da qualsiasi condizionamento e sovra costrutto.

In questa ricerca siamo andati alla scoperta della non violenza e siamo cominciati ad entrare in contatto con il nostro sé affinché il pensiero e le azioni derivanti non siano null’altro che espressione profonda del nostro essere.

Solo ora possiamo cominciare ad intraprendere il viaggio che Asteya ci propone.

Abbiamo allenato tutti gli strumenti per ricercare il suo vero significato: fermezza, onestà e la cosa più difficile di tutte, la capacità di andare oltre il desiderio.

Smettere di desiderare ed iniziare ad anelare significa semplicemente lasciarsi tendere verso un proposito completamente aderente a sé stessi.

La quarta pratica è Brahmcharya e nulla ha a che vedere con la traduzione che maggiormente viene operata di astinenza sessuale, brahm: è la natura del nostro essere, charya: camminare.

Ci suggerisce una strada di ricerca sulla nostra presenza che ci faccia compiere sempre azioni con un alto grado di consapevolezza derivandone piacere.

L’ultimo tassello è Aparigraha probabilmente il più fine degli yama, è l’opera ultima di cesellatura del nostro animo e ci suggerisce il percorso da operare per eliminare dal nostro essere la possessività e l’attaccamento ai beni materiali.

È un atto transitorio della vita in cui si fa esperienza della non possessività per ritornare nella vita dando il giusto peso ai beni ed ai pensieri sui beni che attanagliano la nostra mente e che ci circondano.

Capite bene che gli yama sono il rifugio in continua analisi della nostra pratica, sono le parole che dovrebbero accompagnarci nella strada come il più fedele degli amici.