I super poteri dello Yoga

I super eroi ci hanno sempre affascinato nella cultura occidentale, quegli esseri dotati di super poteri che amplificavano e talvolta trascendevano le capacità umane. Ebbene, anche il mondo orientale e lo Yoga in maniera più specifica non ne sono avulsi.

La mitologia indiana che ha sparso nell’oriente i suoi semi ha portato il suo più grande esempio di super eroe in Shri Hanuman, il dio scimmia dalle molteplici capacità chiamate Siddhi conquistate tramite la sua più grande qualità: la fedeltà.

Fedeltà ad una idea, alla disciplina, ad un insegnamento.

Questa infatti è la principale attitudine richiesta ad un praticante di Yoga per lasciar fiorire in sé queste meravigliose capacità.

Una premessa è d’obbligo: come sappiamo benissimo ad un grande potere corrisponde una grande responsabilità ed il lato oscuro di ogni potere è sempre in agguato.

Nella tradizione indiana infatti questi poteri potevano portare alla massima conoscenza e consapevolezza come alla completa distruzione a seconda dell’attaccamento con il quale si ricercavano i “super poteri”.

All’interno della disciplina dello Yoga è fatta menzione di come ogni potere derivante debba essere semplice conseguenza del percorso di miglioramento personale al quale si sta tendendo, ponendo attenzione in maniera importante sui passi falsi sui quali un praticante può incappare se desiderasse questi poteri in maniera ossessiva.

Rimanendo ben ancorati con i piedi a terra vi darò la mia più razionale interpretazione dei Siddhi inclusi nella nostra disciplina.

-Il primo è “Anìma”: l’abilità di rendere il corpo piccolo

Ci fornisce la strada da intraprendere nell’osservazione, durante la pratica, del nostro corpo. Rendere il corpo piccolo significa creare percorsi di osservazione sempre più particolareggiati e attenti al dettaglio sino ad arrivare a notare i mutamenti delle più piccole unità funzionali del nostro sistema.

Anìma ci offre la possibilità di entrare nella complessità per poi riconsegnarci, una volta allenata, la capacità di rilassarci in maniera mai apprezzata ed una grande e duratura densità nella nostra pratica fisica.

-Il secondo è “Laghìma”: l’abilità di rendere il corpo leggero

Anche questa parola ci offre una prospettiva da analizzare, mantenendo una posizione salda e comoda, la nostra attenzione può spostarsi sull’estensione della dimensione dell’energia dirigendosi in maniera preponderante all’utilizzo del nostro respiro e rilasciando la nostra attenzione sul sistema corpo.

In quel momento il corpo appare leggero; dimentichi dell’ormai ricercato radicamento a terra poniamo la nostra attenzione ad una meta più alta.

– Il terzo è “Mahima”: l’abilità di diventare gigante

Nella nostra pratica Asana dovremmo acquisire la capacità di percepire in maniera complessa il nostro corpo nello spazio; dirigerci con la nostra mente verso un macro-settore percependolo nella sua interezza ed integrandolo con gli altri percepire il nostro corpo nella sua immensa totalità.

Questo reindirizzamento della mente all’interno delle varie aree ci consegna la possibilità di un lavoro multidirezionale che permetta di avvertire la nostra gigantesca capacità di estensibilità che rende possibile riconoscerci in un corpo gigantesco.

– Il quarto è “Garìma”: l’abilità di diventare pesante

Diventare pesante significa sviluppare un forte radicamento a terra, prendere energia dal suolo e fare del corpo il suo veicolo verso il cielo.

Tutto parte dai nostri piedi e dalla nostra capacità di appoggio e di detrazione dal suolo conferendo un aumentata pressione che riporti verso l’alto una spinta sempre crescente.

Cominciare a donare attenzione a come appoggiamo i nostri piedi significa nella maggioranza dei casi risolvere o lenire molti dei dolori che proviamo.

È necessaria una premessa per cominciare ad introdurre questa serie di super poteri: anche in questo caso la disciplina è costruita come una matrioska dove la padronanza di un livello è necessaria per avere la piena consapevolezza del successivo.

Come lo Yoga è diviso in arti interne ed esterne che si rivolgono sempre più al “mentale” anche i Siddhi hanno questa natura dapprima corporale per poi vedersi rivoluzionata in pure capacità mentali asserventi ad una buona ed operosa vita.

Chiunque padroneggiasse il tipo di attenta osservazione dettata dai primi quattro Siddhi avrebbe automaticamente acquisito una capacità di analisi minuziosa e grandissima, capacità che una volta acquisita con l’esperienza sarebbe facilmente a nostro servizio nella quotidianità.

Da qui vi lascio la definizione:

– Il quinto è “Prapti”: l’abilità di realizzare buoni desideri

– Il sesto è “Prakamya”: la capacità di non avere intoppi sulla strada

Nell’acquisita capacità di osservazione dei contesti tramite l’allenamento alla minuziosa attenzione verso noi stessi, ci ritroveremo pian piano ad essere capaci di analizzare barriere e problemi in cui possiamo incappare nel nostro cammino e ci farà ponderare quanto un problema sia veramente tale.

Il regalo di Prakamya risiede in una aumentata tranquillità derivante da una salda consapevolezza.

– Il settimo è “Isitva”: il potere di creare e controllare le cose

Una volta capaci di realizzare i buoni desideri e avendo tolto di mezzo tutti gli ostacoli non ci rimane che dare libertà alla nostra fantasia creando cose, rendendole operative e reali e con la nostra approfondita capacità di osservazione, indirizzarle dove vogliamo.

– l’ottavo è “Vasitva”: controllo di ogni cosa compresa la morte

Prendendo confidenza sulle precedenti capacità la nostra sicurezza aumenterà cosi tanto che ogni cosa si renderà disponibile. Affinché una azione si dimostri efficace deve essere condotta con sicurezza e deve risultare completamente aderente ai nostri valori. Una azione frenata da qualsivoglia paura non può esprimere il suo potenziale massimo nel determinarsi.

Se fossimo capaci di eliminare anche la nostra paura più grande, quella della morte, saremo in grado di dirigerci nel mondo con tutta la potenza della nostra più pura essenza.

E’ utile tenere a mente quando si parla di Yoga che i concetti derivanti dagli antichi testi devono essere contestualizzati al momento attuale.

Il rischio è di deviarne il senso prendendo un sentiero che conduce per lo più al misticismo più sfrenato.