Termini tecnici compongono una scienza

Nella mia opera di traduzione delle lezioni tenute da Swami Vedha Barathi sugli Yoga Sutra, mi ha colpito tantissimo una frase, che spiega perfettamente il senso di responsabilità che sento pesare sui miei studi negli ultimi tempi.

“La scienza utilizza, per essere tale, una terminologia precisa per descrivere gli elementi fondanti ed i processi al suo interno, specificando in maniera puntuale quali sono gli oggetti in esame e le loro relazione nei processi che intercorrono tra gli stessi. La stessa cosa succede nello Yoga in maniera ancor più profonda in quanto, a differenti livelli di consapevolezza, si ha la possibilità di accedere ad un livello della comprensione nettamente maggiore. La traduzione dalla lingua sanscrita è d’obbligo che sia fedele e mai superficiale per far ritornare lo Yoga ad essere percepito come scienza.” SVB

Lo Yoga, per non essere relegato a pratica enfatico-mistica o scadere nel mero utilizzo del corpo, ha bisogno di essere studiata dapprima nella sua terminologia che affonda le sue radici nel sanscrito, di cui si compone, e nel Samkhya di cui utilizza, nella terminologia, la significanza.

Per un neofita è necessario comprendere le parole che descrivono le argomentazioni base della filosofia ma per un insegnante è importante comprendere le profonde relazioni che queste parole interlacciano tra di loro, in che tipo di sequenza vengono poste e come si innestano nella progressione numerica dei capitoli e dei sutra che li compongono.

Un’altra frase a compendio di Swami Ji recita: “E’ solo l’ignoranza che permette una interpretazione che tende a slegare i concetti dalla loro insita profonda connessione e progressività”

Per quanto mi ostini comunque a leggere vari commentari non sono, sino ad ora, riuscito mai a derivarne qualcosa di simile a quanto queste lezioni mi stiano regalando; nel migliore dei casi la cosa che subito si palesa è la maniera semplicistica con la quale vengono tradotti i sutra, mistificandone il vero significato e la loro geometria concettuale, per non parlare di vere e proprie traduzioni fuorvianti.

Vi faccio un esempio che riguarda la traduzione che normalmente viene riservata ad uno dei capitoli più importanti che prende il nome di Vibhuti Pada: un conto è “poteri psichici” o “capitolo sulle siddhi”, elementi dei quali naturalmente si andrebbe alla ricerca; un conto è “modalità dell’essere”, qualcosa, cioè, già posseduto al proprio interno e da andare a riscoprire.

La spiegazione più semplice che mi viene da dare è che molti dei libri siano stati tradotti da una già preesistente versione in inglese o, per altri, che siano stati scritti da storici dell’oriente che nulla o poco hanno ad intendere da una pratica fattiva che aumenterebbe in maniera diretta la loro capacità comprensiva e comunicativa sulla materia.

La responsabilità che sento sulle spalle è proprio quella di andare nel profondo del significato di ogni parola che si vedrebbe restituita una possibilità di pratica, fruizione e di insegnamento totalmente maggiorata.

Non vi nego che ogni qual volta la mia conoscenza sale mi ritrovo sempre più distante e sgomento dalla pochezza culturale che mi circonda anche in coloro che dovrebbero essere colleghi. Confido che sia la sensazione tipica del topo da biblioteca che non ha avuto modo di mettere la testa abbastanza fuori anche se, ultimamente, quando ho provato ad alzare il livello della conversazione correggendo una imprecisione di una mia collega, su un gruppo che lei stessa definisce “la più grande community italiana che parla di yoga”, dopo avermi ringraziato per la “saggezza”, mi ha bloccato la possibilità di commentare.

Spero in uno Yoga più compreso, più praticato, più profondo e più condiviso.

 

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