Partendo dallo yoga per arrivare a trasferire l’arte dell’accontentarsi nella vita dobbiamo passare per il non giudizio, che abbiamo ampiamente trattato in uno dei precedenti articoli. 

Quì dunque vogliamo porre l’attenzione su uno dei 5 Nyama dello yoga: Santosha. 

Oggigiorno si sentono fortemente delle pressioni a causa di concetti portati all’esasperazione ingiustificata quali l’ambizione, la bramosia, la corsa contro i propri limiti e la spasmodica soddisfazione personale. 

Mettere un freno a ciò che gli altri pongono per noi nella sbagliata frequenza di raggiungimento e dare a noi stessi una miglior consapevolezza della reale contentezza attuale è una pratica sempre più ardua. Su questi termini lo yoga offre una regola comportamentale che erge l’appagamento con una accezione molto positiva. In occidente siamo stati cresciuti ed abituati a voler ricercare il massimo, a non essere mai soddisfatti delle cose raggiunte, a desiderare sempre qualcosa in più. L’ego ci fa assumere questa pressante insoddisfazione che genera scontentezza e oscura ciò che di buono è stato fatto fino a quel momento. 

Le cose presenti possono sempre accendere la luce anche se perdurano da molto tempo. L’abitudine di averle portate a compimento non dovrebbe sfociare nell’insoddisfazione, bensì nell’apprezzamento quotidiano. Questo non vuole sfociare nella pigrizia di sedersi sugli allori, ma non è sempre indicato voler andare oltre.

Se focalizziamo la nostra mente su quello che ancora dobbiamo ottenere è impossibile essere contenti di quello che abbiamo ottenuto. 

Quando la capacità di accontentarsi è davvero presente non abbiamo necessità di avere qualcosa di più. La contentezza passa dallo stato di apprezzamento a quello del ringraziamento percorrendo la strada della soddisfazione istantanea e non momentanea. Da quì nasce la correlazione tra Santosha e piacere, dalla pratica dell’appagamento deriva una felicità impareggiabile. 

L’insoddisfazione è uno dei veli più spessi dell’ignoranza, causa molti complessi indesiderabili e può determinare stati di coscienza malata. 

Tornando al nostro tappetino della pratica yogica, tutto parte dalle asana, da esse dovremmo iniziare a praticare una soddisfazione per le cose che ci riescono, come ci riescono, e dare valenza a quello che abbiamo raggiunto fino a quel dato momento. 

La mente, l’ego e le aspettative potrebbero portarci a pensare e a pensarci sempre più in grande, ma è importante prima di tutto cercare di accontentarsi di quello che si ottiene sul tappetino, dopodiché possiamo iniziare ad essere contenti e applicare santosha in tutto quello che accade nella nostra quotidianità. 

Le scatole sigillate potrebbero comunque essere vuote, dunque perché non godere del pacco regalo già aperto e colmo di virtù? Disabituarci a guardare l’oltre farà risiedere nel presente e nel già raggiunto una nuova vitalità.

 

Daniele Crescenzi