Questa dei nostri tempi è una società impegnata a fare soldi,  “trascorriamo la vita a produrre cose perlopiù inutili, generando profitti che ci faranno acquistare cose altrettanto inutili” (cit.) e non ci accorgiamo di essere infelici. Può sembrare una frase tipica di chi, trovandosi in India, ha un richiamo vocazionale e abbandonando i piaceri della materia, si rivolge ad entità superiori per trovare ragioni nella vita terrena. Voglio tranquillizzare i miei lettori, non sono qui per questo, ammetto di avere un buono spirito di adattamento, che mi trovo in una città che se hai qualche soldino in tasca (non ne servono molti), riesci a circondarti di quelle soddisfazioni da abitudini occidentali, che se sei un turista ricevi un trattamento adeguato non facendoti pentire di essere venuto, ma è anche vero che se in una mattinata con gita di gruppo, recandoci in un luogo un po’ fuori mano, salendo una montagna dove sorge un Ashram affascinante e una cascata incastonata nella fitta vegetazione, una famiglia (di sole donne presenti in quel momento) ti accoglie nella loro umile dimora offrendoti quel poco di cui dispongono, non si possa fare a meno di uscirne rafforzando la convinzione che, la felicità risiede nelle cose semplici.

Dopo una lunga salita, shooting fotografici, cascata bella, ma con una portata d’acqua inferiore rispetto all’anno scorso, ci fermiamo ad un bivio, lì c’era un vascone d’acqua, ora è cementato, è rimasta la fontana, due donne, avvolte da tipici abiti colorati, sono lì a riempire alcune taniche necessarie al loro sostentamento. Ci guardano, rimangono da subito colpite, verranno inquadrate da Matteo e per un’attimo le verrà regalata la piacevole illusione di sentirsi al centro del mondo un po’ come per Cenerentola la sera del ballo. Sorridono e sono cordiali, la più grande sicuramente impavida, la più giovane si nasconde abbassando lo sguardo smaliziato, le si vedrebbe il rossore della timidezza se non fosse l’incarnato della pelle ambrata a celarla. L’impavida, con gesti ben definiti, esorta Matteo a portare una tanica ormai piena e dopo aver collocato quelle più pesanti sopra le  loro teste, ci fanno strada e ignari le seguiamo. A poche centinaia di metri, lungo una stradina sterrata, entriamo in uno spiazzo e si palesa davanti a noi la loro deliziosa dimora. L’invito adi entrare è sincero, una donna anziana, rimasta a sgranare legumi, si alza dal suo giaciglio per accoglierci, si sistema fanatica i capelli visibilmente tinti con quelle porpore naturali che qui utilizzano per tingere ogni cosa. Tra schiamazzi e incomprensibili linguaggi, ognuno di noi si siede su i muretti che contornano la casa. È piccola, soffitti bassi, porte di legno verdi, aperte, si scorge l’interno delle camere, letti impagliati, pavimenti di terra pressata, non saprei dirvi il materiale, ma tanto che sono lucidi da sembrare di marmo, minimal, essenziale, ma tutto ordinato e ben congeniato. Intorno a noi, le montagne, la lussureggiante vegetazione, gli schiamazzi di bambini allegri che fanno da eco, filari di verdure e alberi di frutta. Un fuoco da attizzare, un tre piedi e una pentola di alluminio, quello è l’angolo cucina. Piccoli utensili di alluminio dove ci verrà servito un ottimo e aromatico Chai, il più buono bevuto dalla nostra permanenza. Pensando che potessimo avere fame, la ragazza giovane si arrampica su un albero e dotata di una canna tagliata sulle estremità, stacca abilmente alcuni agrumi di cui verremo omaggiati. La mia mente si ferma e riavvolge il nastro. Sono scene del passato che ho avuto la fortuna di vivere durante le estati passate da mia nonna in campagna, allora non capivo, ma ero felice di essere lì e  loro inconsapevoli, riemergendo in quel ricordo, me ne stanno restituendo la sensazione persa e me ne fanno dono. La piccola casa non ha un tetto ma una lastra terrazzata raggiungibile con una scala di ferro laterale, chiediamo di salire per poter riprendere con il drone, poche scale e siamo già tutti su. Un bimbo di 11 anni è tornato dai suoi giochi e si unisce a noi con aria inibita, ma curiosa, si siede vicino a Matteo che con il telecomando fa liberare in volo il drone attirando la sua attenzione, i 2 sembrano aver trovato la giusta complicità e il bambino raccoglie l’esperienza come un fatto straordinario da poter raccontare presto ai suoi compagni. L’anziana donna insieme all impavida non sono salite, l’attempata donna emette suoni d’incredulità abbinati ad un leggero senso di paura verso l’oggetto sconosciuto, la scena fa sorridere, ma, ben presto, riusciamo a rassicurarla. 

Quattro generazioni di una famiglia con le stesse culture, abitudini, credenze che reagiscono al nuovo, ognuno con la propria natura. Decidiamo che è giunto il momento di andare via, lasciando queste adorabili persone alle faccende quotidiane. L’anziana donna ha rinvigorito il fuoco con il quale sta cuocendo il riso, le altre 2 tornano a prendere l’acqua, il bambino chissà, magari ha raggiunto i suoi amici e racconta l’esperienza di aver controllato uno strano oggetto volante, noi, sono certa, volgiamo le spalle a questa esperienza con un carico emotivo da sedimentare.

La mattinata è trascorsa allegra, faticosa, scendendo è richiesta maggiore attenzione, il terreno fangoso nasconde trappole e insidie, ogni tanto parte una canzone da qualcuno del gruppo a ricordo della propria infanzia, c’è un velo di nostalgia nell’aria, chissà poi perché in questi luoghi l’anima ti si pone davanti e ti parla così violentemente, lo psicanalista interno che si manifesta e prende sembianze umane, chissà cosa sta accadendo nella mente dei presenti… chissà…. 

Sul lato della strada è parcheggiato il fuoristrada che ci ha condotto fin qui, l’autista, giovane e un po’ arrogante ci raggiunge, il suo umore non è dei migliori, ha capito che doveva aspettarci per 2 ore, impossible solo per salire ce ne vuole 1 e comunque è lì, spazientito dall’attesa di più di 3 ore, saliamo sul mezzo e parte come un posseduto, la strada di ritorno sarà un’avventura a dir poco dantesca, Caronte che traghetta le anime dannate, vediamo molte presunte vittime essere il catalizzatore del nevrotico autista, Simone davanti le vedrà in prima linea, nei sedili centrali Silvia ed io che come mio solito ironizzo su tutto e a ritmo di sinfonie orientali improvviso danze e salterelli indotti  dallo spigoloso andamento, dietro di noi, come cani da caccia, Matteo e Scarabocchio, quest’ultimo non nasconde la forte diffidenza e con aria solenne saluta i suoi tanti followers, non facendo mistero che sta morendo di paura. 

Attraversiamo luoghi, paesaggi, ponti, ci passano davanti centinaia di sagome variopinte, su alcune, per qualche assurdo motivo, ti soffermi con uno sguardo complice, con altre senti di poter interagire, con altre anchora vorresti, invece, solo poterti arrabbiare. Non hai il tempo di comprendere, puoi solo contenere.  Abbiamo una valigia di emozioni che si sta riempiendo giorno dopo giorno…