I maestri di Rishikesh si distinguono per le loro caratteristiche più svariate, portano nella disciplina se stessi senza veli o timori di essere giudicati, non si pongono il problema nel piacere o di mantenere alto il numero di presenze in sala yoga sebbene siano sempre affollatissime, loro “Sono” e agiscono secondo il livello di moralità più aderente alla propria natura, saremo noi fruitori a scegliere il ruolo e l’intensità da attribuire al loro passaggio nella nostra vita. Ho il piacere di conoscere 3 di loro, sono i maestri di Simone, Surinder è stato invitato e accolto con tanta piacevolezza durante gli “Holistic days” di 2 anni fa e in molti ce ne siamo innamorati. Un babbo natale indiano, una forte e carismatica presenza fisica, un sorriso benevolo nascosto nella folta barba brizzolata. 

Un nuovo giorno sta iniziando, attraversiamo il primo ponte, la città si sta preparando alle opere quotidiane e noi abbiamo la lezione con Surinder. Ci affrettiamo, un caffè veloce a casa e dopo 25 minuti siamo già giunti davanti la scuola prefissata, le porte sono ancora chiuse, siamo i primi e noi tiriamo un sospiro di sollievo essendoci aggiudicati il posto per la preziosa pratica. Dopo circa 10 minuti qualcuno all’interno si accorge di noi, aprendo ci comunica in un inglese indianizzato che le lezioni si sono spostate altrove, e ci invita a seguirlo. Adiacente alla palazzina ne sta sorgendo un’altra, entriamo, è ancora un cantiere fatto di pareti in cemento grigio e pavimenti di terra battuta, fili d’acciaio e cavi elettrici a vista. Ultimo piano, c’è l’unica stanza rifinita di finestre pavimento e porte, attrezzata del minimo che necessita la pratica di yoga. La sala è luminosa, le colline ci avvolgono e la musica di una banda si sente giù per la strada. L’orologio segna le 7:40, ancora più di un’ora alla pratica, prendiamo posto e trascinata dal mantra in strada, mi avvolgo e ritiro nella mia coscienza meditativa dove presumo che incontrerò quella dei tanti maestri. 

Riemergo e un senso di benessere mi avvolge, la prima meditazione da quando sono qui, c’era la presenza spirituale di Surinder, lui fisicamente arriverà più tardi, nell’orario prefissato, la sala sarà stracolma, qui non esistono distanze. Il suo ingresso si percepisce, non emette ancora nessun suono eppure voltandoci siamo certi che sta entrando. Un’ora e mezza di pratica, gira tra gli allievi, corregge le posizioni solo con l’ausilio dello sguardo e precise linee che disegna nell’aria, per poi gratificarti con una paterna pacca sulla spalla. Sono serena, da tempo i miei problemi fisici non mi consentono di fare sforzi azzardati, mi fermerò quando ne sentirò il bisogno e invece, con grande gioia e decidendo di praticare con leggerezza, il tempo concesso giunge al termine velocemente. Nel suo invito a distenderci sulla schiena e di abbandonare il corpo sul tappetino, mi sento come quando, da bambina, mi rimboccavano le coperte,la sua voce emette un suono “reeelaaaxxx”, è caldo, come la coperta di lana delle nonne, sono al sicuro, posso lasciarmi andare. Il Surinder epidermico che già vi avevo accennato è un uomo di carne ed ossa, ha difetti, sbaglia e senza dubbio si arrabbia quotidianamente, ma la bontà d’animo lascia segni evidenti sul viso di chi la possiede e lui ha quei piccoli segni intorno agli occhi di chi guarda sempre con stupore, intorno alla bocca come chi dispensa gioia con parole al sapore di miele e quella luce da rendere il suo incarnato quasi trasparente. Ultimi 10 minuti dopo l’OM ci ringrazia chiedendo  di stringerci intorno a lui, non ci lascia andare via senza aver donato alla classe parole sapienti da marinaio vissuto, il saggio che con piacevolezza dispensa la sua virtù e congeda i suoi ragazzi con nuove domande da rivolgere al proprio mondo interiore.

Questo viaggio non prevede molte lezioni con il maestro Surinder, mancano pochi giorni al rientro in Italia e probabilmente questa appena conclusa sarà stata l’unica occasione per salutarlo, non mi sento triste,ho quell’impercettibile certezza che i suoi insegnamenti si diffondono come le onde sonore, oltre i muri, oltre le distanze, oltre la presenza fisica. 

Nel pomeriggio ci attendono, come consuetudine, le 2 ore con il “Generale” Ashish, ricordate, taccuino e penna per me, corde e torture per Silvia, per risparmiare tempo e stressarci meno con salite e scale, tante scale, decidiamo di non tornare con Simone alla base operativa. Trascorriamo le ore prima del nuovo incontro lungo le rive del Gange, devo scrivere e non vi nego che questa opera sta diventando sempre più impegnativa, ho necessità di estraniarmi per troppo tempo e non è certo tipico del mio carattere, la scrittura richiede 2 tempi e possono essere infiniti, il primo per percepire il mondo esterno e il secondo per riportarlo a galla dall’interno, entrambe le operazioni sono complesse e come per la meditazione non si può farlo se non ci si concentra attraverso il ritiro dei sensi. Anche oggi sono riuscita a trascrivere qualche cosa e tra un po’ il giorno 11 verrà letto da qualche piacevole curioso.

La lezione con Ashish non subisce grandi cambiamenti, sala super piena, Shavasana inesistente, vittime sacrificali e ancelle devote, il tutto per un maestro che in ogni caso andrà ringraziato. La giusta distanza emotiva non allontana dall’obiettivo. Sei lì e devi attingere quanto più possibile, arriva sempre in ritardo ma nessuno, comprese noi, si lamenta, il suo essere maestro/comandante ci riporta al serio rigore della disciplina e non si può fare a meno di ringraziarlo quando le 2 ore canoniche saranno giunte al termine. Non uscirai mai come sei entrato prima della lezione ed io in fondo in fondo anche a questo maestro gli sto volendo bene.

Questa sera ho bisogno di tornare, fare la doccia, fare il bucato e chiamare casa, faccio l’ultima ripida salita, il corpo si muove senza il controllo della mente, una musica assordante, pompata, richiama la mia attenzioni, sollevo lo sguardo e abbaglianti luci colorate tipo Las Vegas, mi attirano ad andare oltre, in mezzo a cumuli di detriti è stato allestito un tendone, bianco e rosa, tulle e organza, sul suolo polveroso un enorme tappeto orientale ad indicare il percorso, chiedo:”ingresso free? ” la gentile signora mi indica di entrare, davanti a me una sagra elegant kitsch, una mescolanza umana di persone imbellettate per l’occasione, un ammasso umano sui tavoli del buffet, mentre solo 2 ardimentosi dinoccolati si cimentano in danze improbabili, i miei occhi hanno visto tanto oggi e questa scena le racchiude tutte, la musica continuerà a pompare incessante, la lascerò andare, adesso è giunto il momento di spegnere il mio tran tran quotidiano.