Anche l’ultimo giorno Rishikesh non ha mollato la presa su di noi. Solo adesso che siamo in aeroporto a Kiev, con 6 ore di attesa prima dell’ultimo volo, sento finalmente di  poter liberare la compressione di queste giornate. Vorrei dormire e invece scrivo quest’ ultima pagina, sono le 5.35, è diminuita la distanza da casa, è diminuito il tempo sull’orologio, mi sento come se mi risvegliassi da una nottata ricca di sogni. Quel momento preciso all’alba in cui sei in semicoscienza, sai chi sei e dove sei, ma credi anche che i sogni siano fusi nella realtà, quella sottile linea impercettibile che rende il mondo più bello.

Alle 4.30 del mattino, sento bussare alla porta della nostra stanzetta, ho il sonno leggero, come sempre del resto, sono consapevole trattarsi di Simone, il maestro Vimal deve registrare altri 35 sutra e tra poche ore abbiamo il taxi per il rientro. Matteo non perde il sorriso e si fa forza per l’ultimo grande impegno, Scarabocchio rimane in camera di supporto morale, mentre la corsa all’ultimo sutra ha inizio. Ci crogioliamo ancora per un paio d’ore, ci attende una giornata di traversate e non di passeggiate, ritmi incessanti, conti da fare, valige da sistemare, chissà poi perché al ritorno è sempre più difficile farle, ed io che, prima di partire, devo scrivere affinché venga programmata la pubblicazione. Sono placida, tutto si farà, come sempre del resto. La confusione regna e mi accorgo che probabilmente è l’unico modo perché le cose avvengano, questo viaggio, almeno per me, ha affondato le sue radici nel caos ancor prima di comprendere cosa stavo facendo, inconsapevole partivo, inconsapevole riprendo la via di ritorno, tutto quello che c’è nel mezzo, sebbene scritto, attraverserà infiniti campi mentali raggiungendo il sottile, proprio come quella linea di demarcazione tra il mondo reale e il mondo onirico. Il taxista non ci stupisce e arriva con la sua ora canonica di ritardo, dobbiamo raggiungere Delhi e il viaggio in auto tortuoso ci pone davanti scenari simili a rivolte popolari, incroci impraticabili e agglomerati umani che si auto eleggono servizio civile improvvisandosi allo sgombero dell’ammasso urbano: auto, camion, tuc tuc, file di carretti da street food, animali, uomini, tanti tanti uomini. Scene mutevoli al quale si è sempre impreparati. Siamo tutti insieme finalmente o per sfortuna, spazi più stretti della nostra camera di Rishikesh, la necessità di tornare a casa è evidente, ma anche in questo percorso non perdiamo la voglia di confrontarci, stupirci, ridere, “sbruffare” e stuzzicarci. Siamo 5 “schizzati”, sicuramente più di prima, stiamo tornando con quella valigia invisibile e carica da non volersi chiudere, forse e dico forse, svegliandomi mi accorgerò di aver fatto un sogno, uno di quelli che lascia segni nell’anima e nel corpo indolenzito, qualcosa è cambiato e prima che svanisca nell’oblio della memoria, sarà il caso di scrivere un diario…