Riprendo a scrivere e qui sono le 10 del 9 novembre, immagino casa, le case di voi amati, i vostri visi distesi mentre l’ultima manciata di piacevole sonno vi solletica inducendo il risveglio. Siamo sul  taxi che ci porterà finalmente alla base logistica del nostro programma dove finalmente potremmo dismettere per qualche ora il processo di veglia. 

Vi ho lasciato con  la buonanotte ma il sonno non è giunto, ho potuto osservare la postura dormiente di tutti quelli che il mio occhio poteva visualizzare, corpi accartocciati sul collo, sulla schiena, sentivo dolore pensandoli così, loro erano inamovibili, il silenzio  sarà il mio amico immaginario per le prossime ore, non parleremo ma ci capiremo, una manciata di minuti e poi il caos della capitale indiana ingoierà ogni tentativo di comunicazione rendendola plumbea come l’aria che aleggia in questo luogo maltrattato da chi ci vive e dal mondo intero. Mi volto e il “gruppo scialla” è immerso nel sonno, sulla mia destra Silvia si è adeguata all’ambiente. Io cambio posizione spesso, mi alzo un paio di volte, poi finalmente chiudo gli occhi e pur non dormendo mi immergo in uno stato meditativo. Una sveglia fatta di luci improvvise e personale di bordo che si muove frenetico, tutti che, con un balzo tipo alzabandiera in caserma , improvvisano  un buongiorno a se stessi, colazione rapida con la stessa cortesia che ricevi in ospedale. Silvia sussulta indicando qualcosa fuori dal finestrino, nella striscia di buio cielo /terra appare come per miracolo un fascio di luce, il sole sta sorgendo e tutto il disagio aereo viene rimosso dalle nostre coscienze. Avete potuto vedere le foto che Silvia è riuscita a scattare nel diario del primo giorno, fatte con il telefonino ma veramente magiche.

La fila alla dogana è lenta ed infinita, la wi- fi in aeroporto inesistente, i bagagli sono arrivati senza complicazioni, Scarabocchio vuole dormire ancora, Matteo inizia a fare qualche ripresa, Silvia le sue foto, Simone ha bisogno di arrivare a Rishikesh ed io? Sono per il momento felice di aver superato buona parte del viaggio e continuo la mia opera di stesura e Dio solo sa quanto vorrei riuscire a dormire un po’, qualche dolore sparso a ricordarmi che non devo strafare, non è nella mia natura, ma non sono concessi più errori, lo devo a me stessa.

Rishikesh dista 250 km ma fatto di strade in cantiere e passando per paesi, un percorso panoramico, un’immersione nel cuore della cultura indiana, clacson senza pace, veicoli di ogni misura, epoche e numero di trasportati illimitato. Tuc Tuc sfacciati e carichi, street food ovunque, sempre e comunque, e  la radio che mi sta uccidendo, un mantra? Una puja? Il santone di turno? Beh! È una lagna infernale e anche questa è India, Il tassista, piccolo e sorridente, se ne frega se noi, pur pagando,non gradiamo ascoltare una tale atrocità, forse lo avrà chiesto a Simone che capeggia nel sedile anteriore, presumo che stia dormendo, tutti dormono, ed io guardo dal finestrino il folclore e lo vivo senza giudizio, lo ascolto. 

Se sei tanto in pace da riuscire a dormire dentro un taxi in India, non subirai danni cerebrali se a seguito di una strombazzata di un clacson all’orecchio, apri gli occhi e ti trovi in faccia la morte che si fa beffa di te, slalom in flussi infiniti di cose, gente e animali, che tu sia trasportato in auto o che tu sia a piedi, parole d’ordine clacson free e slalom sempre. 

Breve sosta in un piccolo e accattivante complesso commerciale dove sorge McDonald, nella vostra testa passa una vritti, vanno in India per mangiare sta roba? Prendetela come un rito, a me tra l’altro neanche piace, patatine e gelato soft (che nemmeno ricordo il nome) e il carico è fatto, uscendo però la tradizione ci attende, mandiamo giù, all’ombra di 30 gradi, un bel chai bollente servito dentro tazze tipiche di terra cotta, momento di ripresa per tutto sto gruppo di schizzati dormienti.

Destinazione raggiunta, il maestro Vimal dopo poco minuti giunge sulla sua moto, si toglie il casco ed è come ritrovarlo esattamente come lo lasciammo lo scorso anno, ci fa strada e  ci accompagna in questa abitazione che sarà la nostra casa per questi giorni, si sale, terzo piano, scale strette, bagagli pesanti ma finalmente sopra una terrazza circondata da montagne, 2 camere, giuste per gli schieramenti dei 2 gruppi  “sciallati” e “maniache del controllo” , intorno a noi cumuli di case in rovina e cantieri laboriosi a presagire una città in fermento. Il rumore è incessante ma il lavoro fatto sulla concentrazione in meditazione allontana il disturbo lasciando spazio alla vista che capta immagini piacevoli, una palazzina in stile di fronte a noi, con una facciata  fiorita di bouganville a cascata, è lì che guardo, diventando il mio unico punto dove tutto dismette di essere.

Dall’armonia ritrovata riprendo ad agire, la camera da sistemare con le nostre cose a ricordo delle vecchie abitudini, il mio corpo agisce ma manda segnali di necessario abbandono alla stanchezza. Se vi sta passando per la testa che qui vieni per ritrovare te stesso, per rigenerare lo spirito, per ritrovare la calma dispersa nella frenesia del mondo occidentale beh, cancellate tutto! Qui si unisce il super caos di un ambiente orientale ostile e disarmonico sebbene amabile alla sciallataggine del maschio occidentale che parte come se nulla gli potrebbe servire, con bagagli super minimal per poi sentire ogni 2 minuti la parola “scusa che per caso hai”….. Ed ecco che il rapporto mamma /figlio si è instaurato! Almeno ci avessero portato la valigia sti pori figli! Io che come ricorderete fino all’ultimo minuto prima della partenza da Frosinone l’ho tenuta aperta certa di  non aver preso tutto il necessario. La sto svuotando e tirati fuori, cavi, cavalletti, luci per i video, medicine a quantità, snack per tutti, igiene personale, libri e diari mi rendo conto di aver portato pochissimi vestiti, poco male, il superfluo appesantisce la mente ed io ho bisogno di svuotarla. 

Un  tè seduti a terra intorno a Vimal, chiacchiere in inglese che pur volendo provare a capire normalmente 2 parole, con il sonno che mi porto da Frosinone sembra parlino in sanscrito, e mi stampo sul viso l’espressione di chi sta seguendo, pur non conoscendo la lingua, finché non vengo ‘tanata” dallo stesso Maestro Vimal che guardandomi con la sua dolcezza di uomo sincero mi fa una domanda di circostanza chiedendomi se in Italia facesse più caldo, io….. emmmmmm…. Elettroencefalogramma piatto, il cuore segna spicchiettate potenti, l’unica parola che decifro è “cold” avrei potuto crearci frasi infinite come l’Odissea se non fosse che l’Odissea in questi giorni è in me. Un vento impetuoso giunge dalle montagne, sarà la colonna sonora di tutta la nottata. Vimal si congeda e dopo averlo salutato provo a fare una scansione di Tamara, decido da qui che avrò bisogno di una doccia bollente, emmmm, tiepida…. Diciamo che la preferisco così com’è tendente al fresco, e pur se con dispiacere per lo spirito di gruppo non uscirò a cena con loro sperando che dopo la doccia, 2 panini rimanenza della schiscetta di viaggio, la telefonata del mio amore che non aspetta altro che avere notizie visto che non ne ha da forse 20 ore e letto da sonno profondo mi possano riportare nel mondo dei vivi. Saluto i ragazzi,quindi non potrò dirvi come è stata la loro prima cena a Rishikesh sebbene abbia saputo da fonti certe che leccavano il piatto, Silvia la vedo si preoccupa per me, lei è oltremodo sensibile, Simone comprende avendo letto il cartello cubitale apparso sul mio volto:”iatevenne altrimenti vi mordo alla giucolare!”, escono, sono sola, 5 minuti di silenzio,ora è il momento di chiamare la Mia casa Ermanno, compongo il numero…… Assente…. Assente… Controllo.. Ricontrollo, connessione assente…. Il router wi-fi hanno pensato bene di portarselo dietro, voglio ucciderli, sono troppo stanca, ci penserà un sicario, domani, ora non potrei chiamare!