Facciate variopinte, luoghi minimal in contrapposizione al kitsch, terrazzi addobbati come fosse sempre natale con distese di biancheria di ogni genere, sede di culti religiosi dove le infinite divinità del luogo diventano padroni di casa, punti d’osservazione verso quel flusso che divide verticalmente la città, il Gange, divinità assoluta.

Se arrivi a Rishikesh per la prima volta, il mio consiglio è quello di cercarti un terrazzo, quello probabilmente diventerà il tuo punto di raccoglimento, ed ogni volta, come un richiamo primordiale, farà capolino nella tua coscienza.

Non esiste difficoltà in questa ricerca, qui ogni abitazione, ashram, locale commerciale, collina, ha uno o più terrazzi come accoglienza per  lo spettatore e la vita cittadina si palesa con una prospettiva quasi di superiorità divina. Dall’alto della mia postazione, o meglio l’ultimo terrazzino dove solitamente avvengono le registrazioni video di Matteo con il maestro Mohit, Rishikesh ha cambiato look. Salgo per la prima volta qui, ho deciso di rimanere a casa, le lezioni della mattina con il maestro Ashish sono sospese fino a data da destinarsi e sfrutto  l’occasione per vedere il retroscena del gruppo “scialla” in azione e  per scrivere senza rischiare di  affrettarmi dopo. Silvia sceglierà di fare un giro, al suo rientro avrà il volto illuminato, felice per il materiale raccolto durante il suo tour in solitaria. Il primo sguardo è oltre gli edifici e sulla destra,appena quasi impercettibile, il fiume sacro a ricordarmi che è lì da sempre. La linea delle colline è appena marcata, la foschia del mattino deve ancora dileguarsi nonostante il vento oggi di andare via non vuol proprio saperne. Non guardo l’ora, spesso mi perdo nel mezzo ,i miei occhi non osservano in modo omogeneo e misurato, spaziano tra la profondità del paesaggio diluendomi  in esso e focalizzo su punti fissi che catturano attimi di vita quotidiana. Mi rendo conto di quanto questa cittadina stia evolvendo, con materiali e strumenti semplici si costruiscono case, strutture, alberghi, guest house , sulla mia sinistra, proprio sotto la cascata di boucanville un nuovo ponteggio fatto di canna di bamboo e cordoncino di raffia sta prendendo forma. Una mucca dispettosa, infastidisce i laboriosi operai, la scena è buffa, sembrerebbe voglia approvvigionarsi con il materiale da cantiere e il rischio di far cedere la struttura prende forma comica nella mia immaginazione. Le risa allegre di 2 bambini mi distolgono da questa scena, voltandomi li vedo, vestiti di tutto punto, la divisa scolastica di 4 taglie più grande, la bimba timida e ben educata si muove con fare di chi ha già capito la vita pur conservando l’ingenua fanciullezza, pettinata  i lunghi e lucidi capelli neri sono raccolti in una treccia ordinata a testimonianza del rigore della giornata che le si prospetta, il maschietto più piccolo, con l’aria da scugnizzo, ha tutta l’aria di non voler adempiere al suo dovere, con il sonno ancora stampato sul volto ride per poter sollazzare il suo stato soporifero.

La mucca nel frattempo è tornata placida sul suo angolo di cortile avvicinandosi ad un’altra più piccola con una fasciatura sulla zampina,dall’alto, giurerei di vedere due animali domestici nel giardino di un’abitazione privata e anche questo pensiero mi fa sorridere internamente.

Torno sul mio gruppo, mi elevo su di loro con la speranza di catturare immagini insolite, la magia accade. Oggi giornata di bucato, Scarabocchio esce dalla stanza ed è nel terrazzo sottostante, sempre con un fare da bollitore incandescente, ritira la sua biancheria e con movimenti di chi sa cosa sta facendo, la piega accuratamente e solo dopo aver creato spazio ne stende altro appena lavato. A seguire Matteo porta con sé il secchio, che tutto contiene, tipico complemento d’arredo dei bagni in India, anche lui ha approfittato di un momento di stacco per lavare le sue cose, ma mentre rientra, per motivi a me sconosciuti, Scarabocchio si appresta a stendere anche il bucato di Matteo, un gesto involontario ma fatto con la grazia di chi ha instaurato da subito un atteggiamento amichevole verso il prossimo.

Scatto qualche foto dall’alto e torno ad osservare lo scenario  mutevole oltre l’orizzonte. Il vento si è placato, il sole ora è profondamente percettibile, mi crogiolo ponendomi di fronte a lui ,  attraverso un atto di abbandono, come burro liquido, le mie rigidità corporee si dissolvono.
Simone incessantemente scrive, ascolta audio attraverso gli auricolari , in quel suo perdersi cosciente si fonde empaticamente con le parole dei nostri saggi cercandone la chiave e il modo di trascriverne il senso evitando di perdere le tracce fondamentali. È un’opera di responsabilità magistrale, nulla può essere trascritto se non compreso, non si può sbagliare e la sua serietà in questo compito gli conferisce un’aria apparentemente cupa quando in realtà è solo sprofondato nel suo mondo per riemergere con nuove certezze.

Il tempo scorre velocemente, scrivere è un mezzo potente ma anche di forte carico emotivo, non sempre tutto avviene con la stessa immediatezza di quando la  si sta vivendo, il giorno dopo molto potrebbe essere apparentemente velato, oscurato da una giornata un po’ più grigia, dal passaggio di vociare esterno, dalla necessità di generare movimento fisico e non rimanere bloccati  sulla postazione predestinata all’opera di scrittura.

Lo scenario cambia, solita routine, per me e Silvia lezione di 2 ore con Ashish, ci prepariamo, siamo sincronizzate, passi spediti, tuc tuc da contrattare senza superare le 150 rupie, scale a ridiscendere verso il ponte affollato da attraversare con piena dimestichezza da gazzella ,sebbene la sera, al ritorno  ci sorprenderemo nel trovarlo completamente vuoto, tutto scorre, sembra tutto come le nostre abitudinarie giornate lavorative occidentali, ma vi garantisco che nel mezzo, forse un giorno di questo le recupererò, c’è sempre qualcosa che velocemente rende tutto più inebriante. La vita di passaggio non ti permette errori, non puoi perderti e fermarti a contemplare, a volte neanche il tempo di distrarti guardando un souvenir che la città in movimento ti travolge.

Un ragazzo giovane e snello, ci ha già puntato prima dell’uscita del ponte, solitamente la sera scegliamo il tuc tuc arrivando in un piazzale dopo aver attraversato una strada a sinistra del ponte, costeggiata da negozi, questa volta no, lui è lì e scaltro attende prima i probabili clienti, ci aggancia, accetta il nostro budget di compenso, lo seguiremo seguendo la ripida scalinata a destra del ponte in uscita ,felino sale e quasi sembra non tocchi terra, noi pesanti, accaldate, mozziamo il fiato, lo perdo visivamente e quando penso che l’ultimo scalino mi traghetti all’inferno, spunta lui con il suo mezzo super elegant, tuc tuc special e con fare da buon tempone con un movimento della testa ci invita a salire.

Ogni passaggio sul tuc tuc è un’avventura anche se il percorso sarà il solito. Mi accomodo, tiro un sospiro di sollievo e penso che in fondo anche quell’abitacolo, così come le infinite terrazze, è un nuovo angolo su cui fermarsi ad osservare il mondo circostante.