Una giornata grigia e ventosa, le riprese video si devono trasferire in camera degli “scialli” anticipatamente attrezzata con un telo verde sgargiante sulla parete preso sul posto, a terra il materassino alto quanto il palmo d’una mano, giaciglio di Simone nelle ore notturne. Tutti noi, Matteo escluso, ci ritroviamo nella nostra camera, il tramezzo sembra essere di cartone pressato ed è utile evitare rumori ingombranti (quelli esterni del luogo non sono contemplati).

Il vento incalza, il tappeto di nuvole nel cielo non si dissolve e  la giornata minaccia temporale.

Immersi ognuno nel proprio operato, l’umore sembra  seguire il meteo, per me è così, sono meteoropatica da sempre, e qui lo tollero ancora meno, delusa dalle aspettative di un luogo dove il sole non può essere oscurato. L’idea di non poter nemmeno muovermi tra un terrazzo e l’altro, di poter  scaldare le mie ossa al sole e lasciar vagare gli occhi oltre il Gange limita la mia creatività, i dolori di un corpo provato stanno lì in agguato, come mine antiuomo e attendono di essere attivate sfoggiando la carica esplosiva. È in questo momento che attingo più che mai al mio yoga, e felina schivo la minaccia trovando terreni a me più consoni. Scrivo distrattamente, ma non mi lascio trascinare dal senso disturbante, almeno ci provo, con fatica, ma vado avanti, lo sguardo al cielo, sembra immobile come  un dipinto e, superata l’idea che possa diluviare, io e Silvia impavide decidiamo di uscire. Lo stato di torpore oggi non mi abbandona e qui sembra essere percepito dall’ambiente, le gambe seguono movimenti non ragionati, insolito atteggiamento che difficilmente è possibile permettersi, una mucca sciocca affonda la sua testa cornuta sul mio ventre a memoria della sua sacralità, spostandomi prepotentemente dal suo binario di marcia, una jeep in corsa, arrogante e incurante sembra punti il bersaglio su Silvia, la prontezza del mio gesto nell afferrarla spintonandola sul ciglio della strada, mi riporta  ad uno stato vigile e attento. 

Siamo ubicati in un quartiere di nome Tapowan, sta nascendo tra cumuli di polvere e immondizia, è su una delle tante collinette che costeggiano il Gange, e nel ridiscendere verso i luoghi più frequentati sarà necessario attraversare vicoli commerciali gremiti di gente, animali e mezzi di trasporto. Chincaglierie luccicanti, teli sgargianti, accessori yogici, borse da viaggio, ciabatte buffe e, mentre ci facciamo spazio tra tutto il movimento economico del posto, uno dei tanti templi appare come un’ancora di salvezza. Entriamo, Silvia e le sue foto, con il bindu che le avevano appiccicato sulla fronte senza nemmeno chiedere tolto nell’immediate, io alzo finalmente lo sguardo verso il cielo, e tiro un sospiro di sollievo, uno strano suono attira la mia attenzione, un sibilo prodotto da più voci, seguo con le orecchie alla ricerca del punto di emissione del suono e giungo con lo sguardo ad un raduno, per lo più di donne, avvolte da sari eleganti, che intonano questo sibilo stridulo al cospetto di una divinità del tempio, una volta finito 2 di loro, con annessi bambini, si staccano dal gruppo chiedendomi di posare insieme per un selfie. Momento star, qui è luogo comune, hanno tanto desiderio di avvicinarsi al modello occidentale da trascorrere giornate chiedendo a più turisti  una foto con loro. Ci abbracciamo, una di loro si avvicina con la bocca alla mia guancia sinistra, penso mi voglia dare un bacio, ma giurerei di aver sentito un morso! Oioioioi! Sulla foto scattata l’espressione di sgomento, racconta nella sua interezza i miei pensieri: “ma questa sarà forse cannibale?” ovviamente no, ma credetemi la circostanza buffa e spiazzante mi ha lasciato ricordo della giornata. Lasciamo alle spalle il tempio, il flusso di gente ci sovrasta, riprendiamo a scendere, qualche scimmia ogni tanto solletica la nostra curiosità con gesti e teatrini improvvisati, a difesa dei loro cuccioli, saldamente aggrappati al ventre, una mamma scimmia non esita a mostrare la sua aggressività ad un cane sprovveduto. 

Alcuni scorci, guardati attentamente, conducono verso il fiume, seguendoli lasci dietro le spalle i rumori della città e, parallelamente, come un salto temporale, il silenzio avvolge. La sabbia delle rive del Gange è sottile e lunare, i piedi nudi affondano su un tappeto soffice e instabile e mentre penso di essere sola con  l’acqua cristallina che mi fa da specchio, ecco che un bambino avvicinandosi con fare da furbetto, mi vende (diciamo che fa tutto da solo) una ciotola di foglie con dentro petali di crisantemo, incenso e candelina accesa. Un dono alla dea Ganga, una barchetta profumata che segue lo scorrere delle acque, una volta lasciata alla sua navigazione non mi resterà che osservare fin quando non diventi un punto nell’orizzonte. Il fetente (scusate il nomignolo poco grazioso) è ben addestrato, mi chiede 10 euro, io gli porgo qualche moneta in rupia, lui mi guarda come un mafiosetto che giura vendetta, io semplicemente non assecondo un business dei grandi, il suo sguardo di moccioso arrabbiato per un’infanzia deprivata di gioco, disturberà il mio sonno notturno. 

Pause con tisane, tumeric latte, toast e omlette, lo stomaco non ha bisogno di molto cibo in questo luogo, ma solo di trovare angoli e momenti di estraniazione,10 km in 5 ore, nuove prospettive per un percorso attraversato già decine di volte, il paesaggio è mutevole quanto tutto il contesto che lo avvolge, i sensi percepiscono in base al proprio stato d’animo. Oggi il tempo grigio poteva rendere la giornata altrettanto uggiosa, non è stato facile ma il colore delle porpore naturali, i tappeti di abiti distesi sulle spiagge del Gange, le innumerevoli divinità narcisistiche e possenti, hanno dato vita ad una nuova pagina di diario che prende i colori di tutti i personaggi incontrati dal mio sguardo.