Tulsi ha 12 anni, vende le ciotoline profumate e floreali, dono per mamma Ganga, ci ha agganciate qualche giorno fa a me e Silvia mentre cercavamo un po’ di quiete  in un angolo che non avevamo esplorato lungo il costone roccioso dal lato di Tapovan. Ha un carattere mite, non è invadente come lo “scugnizzo” della riva opposta, da subito si crea una connessione empatica tra noi. Non riesco a capire se sia un maschietto o una femminuccia, non m’ interessa, è un bambino! È lì tutto il giorno, solo, non chiede molto, ciò che desidera è poter aver compagnia anche solo per ammirare il paesaggio in silenzio, ma io oggi voglio riuscire a dedicargli un po’ più di  tempo e capire, con il mio inglese basic, qualcosa di lui. Simone e Silvia stanno facendo le foto su un terrazzo roccioso poco più distante, io mi sono unita a loro perché amo andare in giro, oggi il sole è penetrante e assorbe l’umidità dei giorni precedenti. Mi siedo sotto un albero dopo aver scelto tra le tante rocce quella più confortevole per me, penso di poter scrivere qualche rigo approfittando del momento di sosta, Tulsi mi scorge da lontano mentre risale dalla riva del fiume e con il suo fare di abile camminatore, poco dopo mi raggiunge. I saluti timidi, si siede, siamo uno affianco all’altra, qualche secondo di silenzio approdando lo sguardo chissà dove, lo riporto indietro e gli chiedo come sta, Vorrebbe dialogare, forse dirmi tutto quello che ha dentro, ma ricorda anche che io difficilmente riuscirei a capire le parole e a monosillabe in ogni caso comunichiamo. La madre non lavora, il papà vende la frutta, ha una famiglia e il mio animo si alleggerisce. Oggi non è andato a scuola, ma neanche un paio di giorni fa, chissà se può frequentare o se il suo status sociale appartiene ad una casta troppo bassa da non averne il diritto. Nel mio mutismo cerco le parole per entrare nel suo mondo, decido di prendere il telefono e fargli vedere le mie foto. Vedrà la mia famiglia, il mio fidanzato con la sua passione e volontariato per i bambini, ci vedrà travestiti da clown e i suoi occhi brilleranno di stupore, si soffermerà su una foto di Ermanno con il nasetto rosso, una parrucca riccia e verde , riderà a crepapelle per poi tornare serio(a) facendomi capire che i miei capelli ricci gli piacciono molto, lo ringrazio e le sue attenzioni mi commuovono. Ci concederemo un selfie, anche se li odio, ma ho voglia di portare quel volto adorabile tra i miei ricordi, i prossimi giorni tornerò lì, non so se augurarmi di trovarlo per sollazzare il mio desiderio oppure sperare che sia a scuola o a giocare chissà dove! La sua anima delicata e un po’ malinconica rimarrà memoria del mio diario, mi ha insegnato che l’uso della parola è una sovrastruttura inventata dagli uomini per creare distanze culturali, a dispetto di ciò, noi ci siamo rintanati nel nostro dialogo primordiale fatto di gestualità ed espressioni  ritrovando il piacere della semplicità. La voce di Simone mi riporta verso il mondo esterno, indico a Tulsi che lui è il mio maestro di yoga e che ora dobbiamo andare, abbassa lo sguardo, forse vuole nascondere la delusione, risolleva il capo e sfoggiando il suo ottimismo mi saluta tornando al suo lavoro. Mi volto dopo qualche secondo e Tulsi è già svanito nell’insenatura dietro la parete rocciosa, mentre Il sole alto segna cadenzato il ciclo del tempo che scorre. Riprendiamo a camminare speditamente ottimizzandoci visto che la seconda metà della giornata è dedicata ad impegni che conoscete. Alcuni scatti sono stati fatti come prima sosta in un tempio. Una struttura colorata e imponente, costruita su terrazzamenti infiniti che ridiscendono dal promontorio fino al letto del Gange. Ogni piattaforma è sede di appoggio per divinità che si rappresentano nelle infinite scene della mitologia Indiana, strizzo gli occhi, sembra di vederli in movimento, sarà il sole, sarà il caldo, le innumerevoli scale, oppure la mia fervida e pur sempre infantile immaginazione che desidera liberarsi dalla morsa della realtà per dare spazio ad un mondo che proclama liberazione da klesha e samskara.

Cercando angoli scenograficamente validi, Silvia ci indica di entrare in uno dei tanti vicoli da lei già conosciuto, ogni volta è come se chiudessimo la porta, il caos della città, all’ingresso di questi luoghi, svanisce e trasla il visitatore in un’altra dimensione. Un muro semicircolare, con raffigurazioni insolite per il  luogo è sulla nostra destra, a me sembrano dei Barbapapà e, nel comunicarlo, il gruppo concorda. Ancora qualche scalino e siamo sulla riva opposta del fiume, di fronte potrebbe esserci Tulsi, ma il fiume ha un bacino esteso e anche lo sguardo della mia amica aquila avrebbe difficoltà a scorgerlo. Una nuova scena si manifesta davanti a noi,  un cine/giapponese(non imparo a distinguerli), di spalle, con il corpo offerto alla volontà del corso d’acqua si appresta alla sua pratica di Tai chi, un gruppo di 3 persone, improvvisa un band di genere melodico internazionale. Le 2 voci si mescolano mentre il ritmo scandito dalle percussioni travolge anche il cine/giapponese che vedrò ancheggiare buffamente abbandonando la sua attività rigorosa pur mantenendo lo sguardo fisso oltre l’orizzonte. Il ritmo è avvolgente, sono affascinata, mi siedo su uno scalino e catturo, ingorda, il momento. Ci ristoriamo in uno dei localini diventati sede di approdo, qui è possibile osservare i turisti nelle loro peculiarità, a parte il personale, l’indiano locale difficilmente entra, i prezzi, se pur onesti per noi, per loro sono da lusso. Tornando a casa, il resto delle ore giornaliere è scandito dalla solita routine, Matteo e Scarabocchio ormai sono come i pappagallini “inseparabili”  affiatati e, soprattutto, non perdono occasione per fare comunella demonizzando tutto il contesto yogico a loro giustamente incomprensibile, abbiamo ancora 8 giorni per farli ricredere, puntiamo sull’epidermico Maestro Surinder che contiamo di andare a trovare presto. 

Siamo a cena, stanchi come ogni giornata che volge a termine, ogni spostamento è ritmato da passi in salita, tuc tuc spasmodici, e fame… tanta fame, Matteo capeggia su tutti e più mangia più gli torna l’energia persa durante le lunghe ore di clausura dentro la sua stanza registrazioni.

Finalmente a letto, un diario che si rispetti dovrebbe prender vita adesso, ma la vista si oscura, i sensi si spengono, Tulsi mi sta chiamando, vuole parlare, ed io, con un cenno di affetto e rispetto gli dico che domani scriverò di lui, ora sarà meglio dormire.