Asteya : la distruzione degli specchi – Il potere curativo degli yama. – di Chiara Testa

È mattina, apro gli occhi, e davanti a me appare il mio specchio. Mi rifletto in esso e inizio ad analizzare la mia immagine.
A un tratto scorgo nel mio specchio anche l’immagine riflessa di mio marito affianco a me anche lui con il suo specchio di fronte.
I nostri specchi, l’uno dinanzi all’altro replicano infinite sagome di noi e con fatica riesco a capire qual’è l’uomo che alza la mano e qual’è il riflesso che lo riproduce.

Esco di casa con il mio specchio, incontro persone e i loro specchi, e stento a capire chi sorride e chi imita per riflesso comportamenti altrui.
Lavoro e guardo la realtà riflessa in uno specchio, la destra diventa sinistra e la sinistra diventa destra nella lente.
È ora di pranzo, vorrei una minestra, ma nel riflesso di una finestra scorgo il piatto di pasta ordinata da un vicino… ordino pasta.
Vorrei tornare a casa ma il lavoro non mi permette di andare via, nessuno mi trattiene ma sono intrappolata in una stanza di specchi dove vedo tanta gente chinata sulle scrivanie a lavorare.

Esco, vorrei denudarmi di tutti i miei fardelli, ma scorgo nello specchietto retrovisore della mia auto una tipa con un bel cappotto….scendo a comprarne uno anche io.
Si fa sera, sono stanca, esausta, stremata dalle mille vite riflesse che ho seguito nella giornata, sono infelice, non appagata … e se tornassi a riveder le stelle?
Se iniziassi a non vivere di imitazione delle immagini e dei progetti che vedo riflessi negli specchi?

Se iniziassi a non vivere di di invidia per quel che gli altri hanno o fanno?
Se imparassi a guardare il mondo come si guarda un panorama, senza il desiderio di possederlo?
Se vivessi di Asteya, di onestà, senza desiderio di appropriarmi delle vite altrui, cosa succederebbe?
Forse troverei la pace.
Ma ognuno di noi desidera la felicità, vale la pena vivere senza la brama di trovarla?
La felicità o la gratificazione?

Perchè onestamente, quando desidero qualcosa e la ottengo, al massimo percepisco gratificazione, un contentino di pochi istanti che spesso si dissolve schiacciato dal desiderio successivo.
Eppure sento che potrei ambire a qualcosa di più: a una felicità permanente.. ma come posso trovarla se non guardandomi dentro con onestà?
Come posso ascoltare la vera richiesta della mia anima se il frastuono delle altrui risposte mi travolge?

Ho bisogno di vedermi, di ascoltarmi, di conoscermi e per farlo devo volerlo fortemente.
Devo iniziare la mia rivoluzione e devo farlo adesso.
Devo distruggere gli specchi che dirottano il mio sguardo, debbo lavorare per rendere la mia mente pura come un cristallo, per poter scorgere il nucleo che si cela in esso.
Per farlo ho bisogno di coraggio (virya) perchè nel percorso potrei scoprire cose brutte che si celano in me.

Potrei scoprirmi avida, quando ho mal tollerato l’avidità altrui.
Potrei scoprirmi rancorosa e scoprire il mio volto trasfigurato dalla rabbia.
Potrei capire che tutto il marcio che vedevo nel mondo altro non era che una proiezione in cinescope del brutto che era in me.

Ma per iniziare un processo virtuoso, per ripulirmi dalle impurità che sono causa della mia sofferenza, ho bisogno di scovare quel tartaro.
Ho bisogno di vedere le zone d’ombra dove si celano le muffe, per liberare i ristagni, per ripulire l’aria: il prana che mi da energia.
Senza pesi nascosti che minano la stabilità posso trovare l’equilibrio.

L’equilibrio è pace.
La pace è luce e il suo riverbero è accecante.
Il riflesso del mio sole non può non placare lo sguardo iroso di chi affianco a me si riflette negli specchi.

La mia rivoluzione interna non può lasciare indifferente l’umanità.
Sarà il mio schermo protettivo alle incursioni dei problemi, i quali avranno meno peso se li osserverò come contemplo il firmamento.
Potrà allora succedere che qualcuno, scoprendo la mia immagine serena nel suo specchio, deciderà di imitarmi, di seguire la mia strada, la mia disciplina.
Allora non sarò sola, ma in due cambieremo il mondo!

Dedicato al sogno di Simone

 

Chiara Testa