Yoga al tempo del Coronavirus – di Chiara Testa

Il panico dilaga tra folle che si  muovono alla disperata ricerca di amuchina, mascherine e derrate alimentari.

Si alternano in strada a branchi di rivoluzionari anarchici che si abbracciano e si baciano noncuranti delle direttive ministeriali.

Sui social si legge tutto e il contrario di tutto, e i nostri pensieri volteggiano come banderuole da conclusioni ottimistiche a presagi apocalittici.

Vi propongo la mia analisi più incolore possibile, scaturita dalla disciplina yogica che mi consente ampi momenti di lucidità, e dal rispolvero delle reminiscenze degli esami di epidemiologia e igiene della mia laurea in medicina.

Il problema c’è ma non ci sterminerà.

Il covid 19-sars  un virus ad alta virulenza e invasività: ha un’alta capacità di moltiplicarsi in vivo, questo comporta una difficoltà notevole nell’ arginare il contagio.

Contemporaneamente ha una tossicità media, ossia nella maggior parte degli individui contagiati crea danni di lieve entità a meno di suscettibilità dell’ospite.

Quest’ultima è il grado di risposta immunitaria che il paziente affetto da infezione riesce a sviluppare.

Sono tuttora in studio fattori genetici e ambientali predisponenti i quadri più severi della patologia, ma sicuramente un fisico sano e il buon umore sono validi avversari alle forme morbose più gravi.

E qui entra in gioco lo yoga, che  va ben oltre il concetto di mens sana in corpore sano… vediamo perchè.

Le asana sono indubbiamente un valido sostegno alla fisiologia del nostro organismo:

  • le aperture del petto permettono un’ottima areazione degli alveoli polmonari
  • le torsioni stimolano la peristalsi del sistema vascolare e linfatico
  • le estensioni consentono un’apertura delle fibre muscolari e degli organi con conseguente aumento della fluizione dei liquidi organici e pulizia dalle tossine
  • il mantenimento del ritmo respiratorio lento assicura il rispetto dell’organismo senza il rischio di debilitazione del corpo.

Ma c’è molto altro: la mente ferma in un unico punto; Dharana la concentrazione e Dhyana la meditazione, ci aiutano a contrastare l’ansia, a ridurre l’attività cerebrale e a mantenere il respiro sottile. Ciò comporta un diminuito fabbisogno di ossigeno e un’aumentata efficacia del metabolismo di esso .

Questa calma mantenuta quotidianamente comporta un innalzamento della risposta immunitaria.

Sappiamo tutti che il coma farmacologico è di prassi dopo i grandi interventi chirurgici.

Quello stato di ‘relax indotto’ consente di mantenere indisturbati i processi di guarigione, riducendo gli ‘sprechi metabolici’ dovuti ad ansia, respiro irregolare e tachicardia.

Noi yogi abbiamo conoscenza, disciplina e piacevolezza necessarie per poter ‘gestire’ dei momenti di ricarica in questo momento di follia del pianeta.

Qualora poi dovessimo essere così sfortunati da sviluppare per contagio un’alveolite interstiziale,  già ”allenati alla meditazione” riusciremmo sicuramente a mettere in atto un alto livello di compliance (collaborazione) , permettendoci tempi di recupero rapido con respirazione assistita.

Se già queste motivazioni non fossero sufficienti per non abbandonare lo yoga in questo periodo, ‘citta prasadanam’ sarebbe la chiave di volta per convincerci a continuare: quello stato di piacevolezza del campo mentale che la disciplina ci dona e ci impone dentro e fuori la pratica.

Questo potrebbe essere il vero ‘rivoluzionario miracolo’ in questa fase di crisi per sollevare noi e gli altri da una contagiosa tristezza e paura più pericolose dello stesso virus.

Si può essere allegri e donare allegria anche se preoccupati!

 

Chiara Testa